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Il Datagate non è un affare privato

Il commento di Olimpia Troili sull'audizione di Mark Zuckerberg al Parlamento europeo

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Il Datagate non è un affare privato e non riguarda solo la tutela della privacy ma il funzionamento effettivo delle nostre democrazie. Lo scenario inquietante emerso attraverso al caso Cambridge Analytica dimostra che ci sono state innegabili interferenze opache nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica a fini ben precisi in occasione del referendum sulla Brexit.

Lo stesso Mark Zuckerberg CEO di Facebook ha detto esplicitamente ieri, durante la sua audizione al Parlamento Europeo, che il social network più utilizzato al mondo non è stato pronto durante le ultime elezioni presidenziali americane a contrastare le ‘interferenze russe’.

Purtroppo quella non è stata l’unica occasione in cui il colosso di Menlo Park non è stato efficace nel minimizzare rischi di questo tipo che sono dei veri e propri attacchi al cuore dei nostri sistemi democratici. A sua discolpa Zuckerberg, dopo essersi scusato, ha denunciato la difficoltà di contrastare avversari abili, ben finanziati, spesso difficilmente individuabili e che posseggono tecnologie sofisticate al soldo di quelle che si suppongono essere regie organizzate di altissimo rango.

Si è poi, in più passaggi, dichiarato determinato nel contrastare minacce di questo tipo affermando che Facebook è stata e rimane una piattaforma neutrale intenzionata a non favorire alcuna parte o disegno politico eversivo o di altra natura. E però il problema rimane, perché Facebook non possiede oggi gli adeguati strumenti di contrasto a questi fenomeni e deve trovare un giusto compromesso tra libertà di opinione e di espressione e sicurezza, sia sul piano dell’utilizzo dei dati dei propri utenti che su quello del contrasto a disegni organizzati atti a manipolare l’opinione pubblica al fine di influenzare l’esito di varie elezioni politiche.

A tal proposito Zuckerberg sempre ieri, in seno ad una Conferenza dei Presidenti allargata all’interno dell’eurocamera convocata appositamente per interrogarlo, ha detto che Facebook a moltiplicato i propri sforzi attraverso ingenti investimenti nel tentativo di predisporre nuovi strumenti di intelligenza artificiale che possano contrastare la propagazione di false notizie e di falsi profili sul social network che ha fondato ai tempi in cui era uno studente del dormitorio di Harvard. Tornare allo spirito originario di Facebook, il cui core business rimangono gli introiti pubblicitari, facendo si che il tanto discusso algoritmo del news feed – di cui nessuno conosce il criterio – mostri più notizie concernenti familiari, amici e conoscenti virtuali direttamente collegati all’utente che fatti di cronaca o rilevanza pubblica, è stato quello dichiarato ieri dal suo fondatore.

Ma i fatti sono ben lontani dalle parole di Zuckerberg. I fatti raccontano di ingenti guadagni della piattaforma virtuale grazie alla vendita a terzi soggetti non meglio identificati di dati appartenenti ai propri utenti che sono stati utilizzati non solo a fini commerciali ma anche per generare pubblicità targhetizzata a fini politici. Quello che non è stato chiesto a Mark Zuckerberg ieri è forse più importante di ciò che è stato domandato. Non è stato chiesto, ad esempio, di quantificare i guadagni che Facebook ha ottenuto grazie alla pubblicità politica targhetizzata durante la campagna per il referendum sulla Brexit.

Questo sarebbe stato un dato veramente rilevante per comprendere la vera posta in gioco per Facebook. Nonostante Zuckerberg durante il suo discorso introduttivo abbia ribadito la fede nei valori che la piattaforma americana condivide con gli europei, dopo aver giustamente ricordato che gli utenti residenti in Europa compongono una sostanziosa fetta del suo mercato – sarà forse per questo che ha accettato di venire volontariamente a deporre in seno al Parlamento europeo? – quelle di Zuckerberg suonano come belle parole corroborate da strategie non chiare e strumenti in via di evoluzione che oggi denotano parecchie carenze.

C’è poi la scelta controversa che sta portando avanti Facebook nello spostare gli host dove conserva i dati relativi ad alcuni milioni di cittadini europei fuori dall’Europa nonostante ciò vada esplicitamente contro ciò che stabilisce il nuovo regolamento europeo sulla Privacy che entrerà in vigore dal 25 maggio 2018 e con il quale egli dichiara che Facebook si troverà interamente conforme in quella data. Insomma, un mare di contraddizioni. Intanto alle porte un nuovo anno di scadenze fondamentali per l’Europa e le minacce esterne incombono. Gli attori esterni cercano di indebolirci creando situazioni destabilizzanti all’interno dell’Unione europea.

La vulnerabilità e la fragilità delle nostre democrazie diventa sempre più evidente. Questa è una condizione che non possiamo più permetterci. Anche se Zuckerberg lo ha negato il caso Cambridge Analytica è solo la punta di un iceberg. Occorre andare a fondo in questa vicenda per comprendere i meccanismi che essa sottende e contrastarli oltre che individuare con chiarezza chi agisce, per conto di chi e per quali motivi. Il datagate non si conclude con l’audizione di Zuckerberg ma è solo iniziato. L’Europa ha il dovere di proteggerci.