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Ecco perché alla fine il Pd potrebbe davvero appoggiare un governo M5s

Tra i dem cresce la fronda contro Renzi e la sua linea dell'opposizione a prescindere, e nel M5s c'è chi vuole approfittarne e accordarsi col Pd per un governo di scopo

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Il segretario reggente del Pd Maurizio Martina.

Le trattative tra Lega e Movimento 5 Stelle per la formazione del governo sembrano essersi decisamente complicate negli ultimi giorni. Ecco perché, all’interno del Partito Democratico, sta montando il malumore nei confronti della linea dell’ex segretario Renzi, quella dell’opposizione senza se e senza ma.

La tentazione di sfruttare l’impasse e tornare a giocare un ruolo da protagonisti – magari accordandosi con il M5s su alcuni temi, per appoggiare dall’esterno un governo Cinque stelle – sta prendendo sempre più piede tra i dem.

La tensione tra Lega e M5s

Per quanto riguarda Lega e pentastellati, negli ultimi giorni attacchi reciproci sono stati sferrati dai principali rappresentanti dei due partiti, Di Maio e Salvini in primis.

Al di là delle differenze sui programmi, il problema principale è politico, e ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi.

La presenza dell’ex Cavaliere rende quanto mai complicato l’accordo per un esecutivo tra centrodestra e pentastellati. Dal quartier generale grillino si sprecano i tentativi per spingere Salvini a rompere con il suo socio di minoranza nella coalizione.

Tuttavia, abbandonare Berlusconi avrebbe per Salvini un’evidente ricaduta negativa: se come leader della coalizione di centrodestra, infatti, il leghista vale il 37 per cento, senza Forza Italia (e magari anche Fratelli d’Italia), i suoi voti sono la metà di quelli del Movimento 5 Stelle.

Venerdì 30 marzo Salvini ha ribadito che il centrodestra, al momento, non ha alcuna intenzione di disunirsi: “Sono pronto, la Lega è pronta. Il centrodestra, che ha vinto le elezioni, è pronto”, ha detto il leader della Lega in vista del 4 aprile 2018, primo giorno delle consultazioni del presidente della Repubblica”.

“Sono pronto a incontrare tutti, a partire dai Cinque Stelle. Ovviamente si parte con il programma del centrodestra, e cioè l’abolizione della legge Fornero, abbassare le tasse e il blocco dell’immigrazione. Sulla base di questo programma sono pronto a ragionare con tutti, a partire dai Cinque stelle”, ha dichiarato.

Di Maio, dal canto suo, rivendica la premiership e non sembra disposto a scendere a compromessi su questo punto: “Il premier deve essere espressione della volontà popolare: il 17 per cento degli italiani ha votato per Salvini premier, il 14 Tajani, il 4 Meloni, ma oltre il 32 per cento ha votato M5s e il sottoscritto come premier”, ha dichiarato  in un post pubblicato sul Blog delle stelle.

Il leader pentastellato ha anche respinto l’ipotesi di un’alleanza che comprenda Forza Italia: “È una questione di credibilità della democrazia, se qualche leader politico ha intenzione di tornare al passato creando governi istituzionali tecnici, di scopo lo dica davanti al popolo italiano”, ha sottolineato Di Maio, ricordando che per l’elezione di Fico alla presidenza della Camera, “sono mancati 60 voti di Forza Italia”.

Un muro contro muro quindi. Dal momento che Berlusconi non accetterà mai di farsi da parte per favorire un accordo, le possibilità che l’intesa tra leghisti e pentastellati salti sono assai concrete.

Il Pd torna in gioco: minoranza contro Renzi

A questo punto l’interrogativo è d’obbligo: come ha intenzione di comportarsi il Pd? Se fino a qualche giorno fa la linea dell’opposizione senza se e senza ma appariva granitica, ora cominciano a intravedersi le prime crepe.

Anche qui, del resto, si impongono alcuni ragionamenti: se Lega e M5s non riuscissero a formare un governo, Mattarella potrebbe essere costretto a indire nuove elezioni. Allo stato attuale, per il Pd sarebbe una catastrofe: il partito potrebbe perdere altri voti e arrivare al minimo storico, rischiando la totale irrilevanza.

E allora, si chiedono in molti a Largo del Nazareno, perché non impostare con il Movimento un’agenda di sinistra, che permetta di riconquistare almeno una fetta degli elettori delusi che hanno abbandonato il partito?

Le possibilità in teoria ci sarebbero: su alcuni punti, infatti, il programma del M5s non è in contrasto con quello del Pd. Ecco perché la minoranza, capeggiata da Andrea Orlando, è sempre più insofferente rispetto alla linea dell’ex segretario Renzi, che non vuole alcun dialogo con i pentastellati.

Anche Dario Franceschini, che controlla un buon numero di parlamentari, sembra essersi convinto della necessità di aprire un dialogo su alcune proposte. Ciò potrebbe tradursi in un appoggio esterno del Pd a un governo di minoranza M5s, che approvi 4-5 leggi per poi tornare al voto in tempi abbastanza brevi, ma non subito.

In questo modo il Pd darebbe una bella spolverata alla propria immagine e potrebbe proporsi con maggiori credenziali al suo bacino di elettori di sinistra.

Il primo punto su cui convergere sarebbe un reddito di inclusione rafforzato: non un vero e proprio reddito di cittadinanza, come proposto dai grillini in campagna elettorale, ma uno strumento comunque sostanzioso di contrasto alla povertà

Inoltre, pentastellati e dem potrebbero convergere su alcune misure di contrasto alla disoccupazione giovanile, sul taglio dell’Irap e su provvedimenti di rilancio per il Mezzogiorno.

Campagna regione lazio

Come riportato venerdì 30 marzo dal quotidiano La Stampa, nel Movimento 5 Stelle si sta già ragionando su questo scenario.

Massimo Bugani, esponente del Movimento molto vicino a Casaleggio, secondo il quotidiano torinese avrebbe infatti detto a un esponente del Pd emiliano: “Dal 4 aprile le cose cambieranno. Chiariremo meglio la nostra strategia. Saremo più espliciti con il Pd. Il primo giro di consultazioni andrà a vuoto. Passerà qualche giorno. Poi noi e il Pd dovremo per forza parlarci. A quel punto proporremo un programma di pochi punti, magari cinque, che vada bene a entrambi. Solo dopo, Luigi farà un passo indietro sulla premiership. Di Maio non è mica Renzi, non resterà inchiodato alla poltrona”.

Che nel Pd il clima sia decisamente cambiato, invece, lo conferma un tweet del capogruppo al Senato Andrea Marcucci, renziano di ferro, che cerca di richiamare all’ordine i membri del partito riconoscendo di fatto l’esistenza di una fronda di parlamentari pronti a convergere coi grillini:

“Se qualche dirigente vuol cambiare posizione, lo dica chiaramente. Qualcuno pensa davvero che sia possibile allearsi con Di Maio? Ovvero con colui che ha un programma opposto al nostro, che per cinque anni ci ha insultato ogni giorno, ha insultato il nostro segretario Matteo Renzi, le politiche dei nostri governi, e persino i nostri elettori? Ci sono intellettuali ed editorialisti che pensano che sia davvero possibile un tale disprezzo per il mandato dei cittadini?”, scrive Marcucci.

La partita nel Pd è solo alle battute iniziali. Di sicuro, se la trattativa con la Lega dovesse definitivamente fallire, il Movimento 5 Stelle cercherà in tutti i modi di approfittare di queste fratture per aprirsi un ulteriore varco tra i dem e mettere in minoranza una linea, quella di Renzi e del no al dialogo, che fino a qualche tempo fa sembrava l’unica possibile, e che invece ogni giorno che passa è sempre più a rischio.

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