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Elezioni 2018: i russi vogliono proprio Putin, non è una semplice infatuazione

Il quarto mandato di Putin è una rielezione nel segno della conservazione che dovrebbe almeno in parte tranquillizzare quella parte del popolo russo che comunque non può fare a meno di porsi qualche domanda sulla debolezza del tasso di crescita dell’economi o sui conflitti in Ucraina e in Siria

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In ultima analisi sarà stato il 67 per cento degli elettori a decidersi di andare a votare. E i voti a favore della riconferma di Vladimir Putin alla presidenza hanno raggiunto il 76 per cento. Nessun senso di fatica o di sconforto dunque, i russi vogliono proprio quest’uomo alla loro testa, checché ne pensi il resto del mondo.

Non è una semplice infatuazione. Se si considerano anche gli anni “ponte” della presidenza Medvedev, Putin è al comando dal 1999: una forte continuità non priva di problemi, interni e internazionali.

Molti pensano che potrebbe essere giunto il momento di tentare qualche profonda riforma politica, o quanto meno economica. Tuttavia è molto difficile sperare che tali mutamenti possano arrivare per cortesia di Putin.

Anche al di là di importanti interessi privati che potrebbero rendere difficile ogni discorso riformista, rimane la profonda convinzione di buona parte del popolo russo che gli ultimi riformisti, Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin, siano i primi responsabili delle umiliazioni e delle perdite di ruolo e rango internazionale sperimentate in quegli anni.

Questo sembra pensare anche il neo-eletto presidente ed è una possente barriera contro il mutamento. 

Il blocco alle riforme infine è dovuto al peggiorare delle relazioni tra Russia, i principali paesi europei e gli Usa, dopo la vicenda dell’assassinio dell’ex-spia russa, e di sua figlia, nel Regno Unito.

Si è creata così una sorta di aspettativa, rimasta peraltro del tutto insoddisfatta, per nuovi annunci mediatici cui non ha corrisposto alcuna seria iniziativa politica.

Una rielezione nel segno della conservazione dunque, che dovrebbe almeno in parte tranquillizzare quella parte del popolo russo che comunque non può fare a meno di porsi qualche domanda sulla debolezza del tasso di crescita dell’economia, sulla prosecuzione del conflitto in Ucraina, sui crescenti costi umani di una presenza militare così forte in Siria, eccetera.

Una rielezione infine anche nel segno della chiusura nazionalista: ringraziare la Gran Bretagna per le accuse sull’assassinio che hanno contribuito a compattare il popolo russo contro le accuse straniere è uno sberleffo polemico che non favorirà la distensione

Ma questa durezza e contrapposizione sembrano essere divenute la cifra dell’ultimo Putin. Una indicazione preoccupante se consideriamo che questo dovrebbe essere, salvo sorprese, l’ultimo suo mandato presidenziale, e che il Cremlino sembra molto interessato a scoprire rapidamente l’identità del successore favorito.

Nel frattempo questa rielezione non muta il quadro internazionale, né in bene né in male. Con Putin, ad esempio, abbiamo alcuni interessi comuni: la lotta al terrorismo, il contrasto alla proliferazione nucleare (non la sua naturalmente, ma quella dei paesi terzi), una maggiore stabilità nel Medio Oriente, la sicurezza energetica: sotto questi titoli generici si nascondono anche molte diversità nei dettagli, ma grosso modo è possibile immaginare alcune prudenti collaborazioni.

Il problema è quello di riuscire a combinare la collaborazione in un settore e il permanere della contrapposizione in altri settori: ci riuscivamo piuttosto bene negli anni della guerra fredda tra Est ed Ovest, ma oggi la situazione si è fatta più confusa e quindi anche più difficile da gestire.

Anche perché una simile politica richiede una forte unità d’azione tra i paesi dell’Unione europea: c’è qualcuno che è disposto a scommetterci?

A cura di Stefano Silvestri, dell’Istituto Affari Internazionali