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Cosa si nasconde veramente dietro la politica di Trump sui dazi
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La firma del decreto sui dazi per acciaio e alluminio alla Casa Bianca. Credit: Mandel Ngan

Cosa si nasconde veramente dietro la politica di Trump sui dazi

Francia e Germania, i maggiori esportatori di acciaio e alluminio negli Usa, sono soprattutto i paesi che stanno portando avanti l'idea di un “esercito europeo”, potenziale minaccia alla Nato. L'analisi di Fulvio Scaglione

12 Mar. 2018
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La firma del decreto sui dazi per acciaio e alluminio alla Casa Bianca. Credit: Mandel Ngan

Da quando abbiamo deciso che Donald Trump è un idiota, abbiamo anche smesso di chiederci se le decisioni più clamorose della Casa Bianca abbiano un senso politico e quale esso sia.

Tutto finisce alla voce: iniziative dell’idiota. Comodo. Ma sciocco. Perché queste iniziative un senso politico ce l’hanno eccome.

Trump o non Trump. Sia lui o siano altri a determinarlo. È stato così con la questione di Gerusalemme, in cui il trasferimento dell’ambasciata serve da grimaldello per un ambizioso progetto di risistemazione del Medio Oriente sull’asse Israele-Arabia Saudita.

È stato così con la campagna superaggressiva contro la Corea del Nord, che è servita ad accentuare il pericolo e a far passare il riarmo del Giappone in chiave anti-cinese. Ed è così anche con la questione dei dazi su acciaio e alluminio venduti agli Usa dall’Europa.

I termini della questione sono ormai noti. Trump ha approfittato del Trade Expansion Act del 1962, e in particolare delle norme che autorizzano il presidente a reagire a una potenziale “minaccia alla sicurezza nazionale” con restrizioni commerciali, per imporre accise del 25 per cento sull’acciaio e del 10 per cento sull’alluminio.

Ed è andata ancora bene, perché i due rapporti per lui preparati dal ministero del Commercio raccomandavano “sanzioni” comprese tra il 24 e il 53 per cento per l’acciaio e tra il 7,7 e il 23,6 per cento per l’alluminio.

Con ricadute ovviamente più gravi per l’industria europea ma benefici che il Ministero stimava anche maggiori per l’industria americana, quindi per quella classe operaia dell’America profonda che tanto ha contribuito a mandare Trump alla Casa Bianca e che adesso, tramite i sindacati e i politici di riferimento, lo applaude di tutto cuore.

Al centro della faccenda, però, sta proprio quella clausola dedicata alla “minaccia alla sicurezza nazionale”. Rispetto a essa non valgono molto nemmeno i trattati sul commercio, che Trump ha sempre criticato e che ora vengono da molti considerati l’estrema Maginot contro le sue azioni.

Gli Usa, infatti, hanno inserito tale clausola in tutti gli accordi internazionali, compresi il Nafta (North America Free Trade Agreement, che Trump vuole rinegoziare o disdire) e il defunto Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), e lo stesso per esempio ha fatto il Canada con il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) da poco firmato con la Ue.

Dietro la questione dei dazi s’intravvede appunto l’ombra della sicurezza nazionale, che negli Usa è il criterio di valutazione dominante per qualunque questione. I 5 miliardi di euro d’acciaio e il miliardo di alluminio che vengono esportati ogni anno negli Usa sono generati in gran parte da Francia e Germania, che saranno quindi i paesi Ue più toccati dalla nuova politica dei dazi.

È vero, sono anche i paesi che, su “denuncia” degli Usa, erano stati condannati dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) per gli aiuti di Stato all’Airbus, con danno per l’americana Boeing. Sono i paesi che, con la Merkel e Macron, sono stati finora più critici verso la Casa Bianca occupata da Trump.

Francia e Germania, però, sono soprattutto i paesi che si sono messi alla testa dello sforzo per costituire una struttura di difesa comune, quello che viene di solito definito “esercito europeo”. Sono stati la Merkel e Macron a far approvare, nel dicembre 2017, quella Cooperazione strutturata permanente per la Sicurezza e la Difesa che di quell’esercito è appunto il primo abbozzo.

E sempre Francia e Germania hanno apportato significativi cambiamenti alle loro spese militari: Macron ha deciso di investire, da qui al 2025, più di 300 miliardi nell’ammodernamento delle strutture militari; la Merkel, con le mani più legate a causa del governo di coalizione, aggiungerà alle attuali spese per la difesa 250 milioni l’anno fino al 2025.

I circoli politici d’oltreoceano non l’hanno presa bene. Per loro i denari vanno messi nella Nato, il grande ombrello militare atlantico in cui gli Usa, che pagano il 75 per cento delle spese, sono azionisti di (grande) maggioranza.

E infatti, da quando Francia e Germania hanno cominciato a darsi da fare, è stato tutto un coro ad ammonire che nessun esercito europeo avrebbe potuto fronteggiare la minaccia della Russia e che senza la Nato non ci sarebbe più stata alcuna speranza di sentirsi sicuri.

Jens Stoltenberg, Segretario generale della Nato, è arrivato a dire che “l’Europa sarà la sicura perdente in uno scenario in cui ci fossero due strutture (Nato ed esercito europeo, appunto, n.d.r) a sovrapporsi con gli stessi obiettivi, gli stessi metodi e gli stessi criteri”.

Il ragionamento degli americani è chiaro: 22 dei 29 paesi che aderiscono alla Nato sono nella Ue. Se Francia e Germania proseguissero con successo nel loro sforzo, molti stati europei potrebbero diventare più interessati a un’alleanza militare e politica continentale e “fatta in casa” che alla vecchia Nato, tanto legata alle esigenze della pax americana.

Prospettiva non vicina, difficile credere che Polonia, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia e i Baltici, per fare qualche esempio, troverebbero il coraggio per fare un simile sgarbo a Washington.

Ma si sa, prevenire è meglio che reprimere. Così Trump ora dice chiaro che cosa possono fare Francia e Germania per sfuggire alla tagliola doganale: niente dazi se sarete disposti a investire di più nella difesa comune, cioè nella Nato.

Le accise contro un atto di sottomissione politica da parte dei due paesi guida della Ue, insomma. Perché magari Trump è un idiota ma dalle sue parti qualcuno che non è idiota c’è ancora. E si vede.