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“Il mio 8 marzo in mare a salvare le vite delle donne”, il racconto di Anabel dalla nave di Open Arms

Anabel Montes Mier ha 30 anni e lavora come capo missione per la ong Proactiva Open Arms, ha raccontato a TPI la sua festa della donna a bordo della nave diretta verso le coste della Libia

Immagine di copertina

“Stiamo partendo dal porto di Malta e ci stiamo dirigendo verso la zona Sar maltese. So bene che oggi è un giorno particolare, ma per me è un giorno come gli altri, il mio 8 marzo è in mare”.

“Donne e uomini hanno bisogno del nostro lavoro ed è per questo che siamo qui. Aiuterò tutti, come ogni giorno, ma oggi so che le donne hanno ancora più bisogno di me. Il nostro lavoro è necessario”.

Ce lo racconta Anabel Montes Mier, 30 anni, di Asturias, a nord della Spagna, direttamente dalla nave della ong Proactiva Open Arms che in queste ore si sta dirigendo verso le coste della Libia, dove dovrebbe arrivare alle tre di questa notte.

La nave, appena salpata da Malta, per quindici giorni sarà impegnata nelle operazioni di salvataggio dei profughi che cercano di raggiungere l’Italia.

Anabel, Ani, come si fa chiamare da tutti, è la capo missione che si occupa dei salvataggi dei migranti.

Per la festa delle donne lei sarà in mare, insieme a tante donne che hanno raggiunto la salvezza, ignare di questa festa, ma consapevoli di aver ottenuto molto di più.

“Molte di queste donne non sanno nemmeno che giorno è, non sanno che può essere un giorno speciale, ma queste persone stanno vivendo una guerra e la cosa più importante è essere sopravvissute”, ci racconta Anabel.

“Abbiamo tante battaglie da fronteggiare, molte donne sono scappate dai rispettivi paesi non solo a causa della guerra, ma anche per le violenze, per la povertà,  fuggite da brutali violenze domestiche”.

“Vogliamo occuparci dei problemi di queste donne”, continua Anabel.

Nel corso degli anni Anabel ha ascoltato e raccolto moltissime storie struggenti di donne incontrate durante il suo lavoro.

“Ricordo centinaia di storie, molte orribili, storie alle quali non riusciresti a credere se non le avessi ascoltate nelle notti e nei giorni trascorsi tra le onde del mare”.

Tra queste ce n’è una che Anabel ha voluto raccontarci, quella di una ragazza nigeriana di soli 21 anni, arrivata sulla nave di Proactiva con delle pesanti cicatrici sul volto.

“Era originaria della Nigeria e stava scappando in Italia per fuggire a una vita di violenze e trovare la salvezza. Ricordo che non voleva parlare con nessuno. Era rimasta in silenzio tutto il tempo da quando era salita a bordo, ma non dimentico quei segni sul volto”.

“Durante un giro di ricognizione notturno nel quale mi stavo accertando se qualcuno avesse bisogno di qualcosa, lei cominciò ad aprirsi con me, raccondandomi la sua storia. Probabilmente si sentiva più a suo agio a parlare con una donna”.

Così Anabel, in una notte di oltre un anno e mezzo fa, ha ascoltato quella triste storia.

“Quella ragazza così giovane era arrivata in Libia sperando di partire per l’Italia, lì era diventata però una schiava del sesso. Era stata violentata da molti uomini e si era venduta per pagarsi il viaggio verso l’Italia, per prendere un barcone. Quando le chiesi dei segni sul volto mi disse che erano il prezzo della sua bellezza”.

“Andando avanti con il racconto capii il perché”.

“Dopo cinque mesi di continui abusi quella ragazza provò un gesto disperato: segnarsi il volto con una forchetta, per cancellare la bellezza ed essere liberata. Lo fece, due uomini la picchiarono, ma alla fine la lasciarono andare”, racconta Anabel.

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“Non dimenticherò mai questa storia e i segni che aveva sul volto. Anche adesso che salvo queste donne e le guardo negli occhi, mi rendo conto che non sono e non sarò mai in grado di capire la loro situazione, perché non ho mai vissuto nulla di simile”, ci confessa.

“Era molto giovane, l’unica cosa che voleva era sentirsi al sicuro in un posto dove dormire senza avere la paura di essere nuovamente violentata”. 

Anabel non dimentica nemmeno lo sguardo di gratitudine che legge negli occhi delle donne al primo incontro.

“Dicono grazie, solo grazie. Costantemente grazie. Non sono solo le parole, ma lo leggi nei loro occhi che finalmente si sentono salve. Magari per loro è la prima volta da mesi che possono dormire sentendosi al sicuro”.

“Anche molti uomini che salviamo sono vittime di abusi”, prosegue Anabel, “ma per le donne è diverso, all’inizio sono spaventate, anche stesso dagli uomini che le salvano, proprio perché sono uomini. Loro non sanno se vengono salvate come essere umani, o perché vogliono qualcosa da loro”.

“Ma è solo l’inizio, dopo 3 ore le cose cambiano, cominciano a sentirsi al sicuro e cominciano a credere di nuovo, a sperare di nuovo, a credere nell’umanità”.