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Dove si combatte oggi in Siria: tutti i fronti di guerra

Idlib, Afrin e Ghouta. I fronti di guerra aperti in Siria sono molteplici, e c'è il rischio di fare confusione. Li abbiamo messi in ordine in vista dell'ottavo anniversario della guerra civile siriana

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Nell'ultimo mese in Ghouta sono morti oltre 1.400 civili, Credit: Abdulmonam Eassa / AFP / Getty Images

Il 15 marzo 2018 la guerra in Siria, iniziata nel 2011, entrerà nel suo ottavo anno. E la fine non si intravede ancora.

Gli scenari di guerra negli anni sono cambiati innumerevoli volte, così come gli schieramenti, gli equilibri e le alleanze.

Ma oggi, a febbraio 2018, a che punto è la guerra in Siria? Dove si sta combattendo? Quali sono i teatri di scontro attualmente attivi?

Ghouta orientale

Nel Ghouta orientale, l’area che circonda la città di Damasco, più di 1.200 persone sono state ferite dai bombardamenti del regime e circa 350, di cui almeno 70 bambini, sono morte dopo l’ultima operazione da parte delle forze fedeli al presidente siriano e dai loro alleati.

Si tratta di una delle ultime aree controllate dai ribelli nel paese. Erano tre anni che non si assisteva a un simile bilancio di morti e feriti.

Quest’area, una delle ultime roccaforti della ribellione contro il governo, è una delle quattro “zone di de-escalation” individuate a maggio 2017 dalla Russia e dall’Iran, alleati del regime, e dalla Turchia, che sostiene i ribelli, che hanno dato vita a queste aree per cercare di raggiungere una tregua duratura in un paese, devastato da una guerra distruttiva che ha ucciso oltre 340mila persone.

La prima comprende Idlib, nel nord-ovest, controllata da una coalizione di islamisti e jihadisti e le vicine Latakia, Hama e Aleppo, alcune di queste zone sono controllate dai ribelli.

La seconda si trova a nord della provincia di Homs, la terza è appunto la zona del Ghouta orientale, roccaforte ribelle nei pressi di Damasco. E infine la quarta nella zona meridionale del paese, e comprende le province di Daraa e Quneitra, dove ci sono vaste zone controllate dai ribelli.

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“Siamo di fronte al massacro del 21esimo secolo”, ha detto un medico che vive nella zona del Ghouta. “Se il massacro degli anni ’90 fu Srebrenica, e i massacri degli anni ’80 furono Halabja e Sabra e Chatila, allora il Ghouta orientale è il massacro di questo secolo in questo momento”.

“Poco tempo fa un bambino venne da me che era blu in viso e respirava a malapena, aveva la bocca piena di sabbia. L’ho svuotata con le mie mani. Non penso che quello che facciamo sia in nessuno dei manuali di medicina. Un bambino ferito che respira con polmoni di sabbia. Hai un bambino di un anno, che hanno salvato dalle macerie e respira sabbia, e tu non sai chi sia”.

“Questa è una guerra? Non è una guerra. Si chiama massacro”, ha proseguito.

Dopo sette anni di guerra, con i relativi interventi da parte di potenze regionali e globali, la crisi umanitaria è aumentata invece di diminuire, poiché le forze leali al regime di Assad e i suoi sostenitori russi e iraniani cercano una vittoria militare assoluta invece di una soluzione politica negoziata.

Vari gruppi ribelli islamici controllano il Ghouta orientale, incluso Hayat Tahrir al-Sham, che prima di rinunciare ai legami con al Qaeda era noto come Jabhat al Nusra.

Quasi 400mila persone vivono nel Ghouta orientale. Rappresentano il 94 per cento di tutti i siriani attualmente assediati, secondo le Nazioni Unite, e molti hanno un disperato bisogno di aiuti umanitari.

Da quando l’Isis ha perso posizione, le forze siriane del presidente Assad, sostenute dalla Russia, stanno avanzando per riprendere il controllo delle roccaforti dei ribelli in paese.

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I residenti dell’area sono convinti che ciò che sta succedendo sia simile all’offensiva del 2016 ad Aleppo, quando i ribelli e i militanti dell’ISIS vennero stati espulsi da un’offensiva governativa che ha ridotto gran parte della città in macerie.

Alcuni analisti sostengono che potrebbero essere uno dei peggiori attacchi nella storia della Siria, persino peggiore dell’assedio di Aleppo.

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Campagna regione lazio

Il governo siriano e la Russia hanno intensificato una campagna aerea per sottomettere l’area dei ribelli e non è escluso un imminente attacco via terra.

I residenti dell’aerea hanno descritto gli eventi come un attacco a tutto campo contro civili e infrastrutture per costringere a una resa, una tattica usata nelle precedenti battaglie del conflitto in Siria. Il governo sostiene che ci siano pochi civili nella Ghouta orientale e che quelli che rimangono sono tenuti come scudi umani.

Afrin

Il 20 gennaio la Turchia ha lanciato una massiccia operazione militare, “Ramoscello d’ulivo”, contro il cantone nordoccidentale siriano di Afrin, abitato in maggioranza da curdi e controllato da anni dalle Unità di protezione del popolo (YPG), legate al partito siriano dell’Unità democratica (PYD), considerate da Ankara organizzazioni terroristiche.

Esattamente un mese dopo, il 20 gennaio 2018, le forze filo-governative fedeli al presidente Bashar al-Assad sono giunte nell’area di Afrin, a rinforzo delle truppe curde per contribuire a difendere la zona dall’avanzata dei militari di Ankara.

Il presidente turco Erdogan aveva promesso di prendere il controllo di Afrin e poi della vicina città di Manbij.

L’ingresso ad Afrin delle truppe di Assad ha provocato una reazione immediata di Ankara, che ha bombardato nel pomeriggio del 20 febbraio le aree attraversate dai convogli della Forza Nazionale di Difesa.

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Secondo le autorità turche, che mirano ad istituire in Siria una “zona sicura” estesa fino a 30 chilometri dal confine turco, il controllo curdo della regione minaccia la sicurezza nazionale.

Idlib

Questa provincia è una delle zone di de-escalation stabilite a maggio scorso da Russia, Iran e Turchia.

Queste si trovano in particolare in Ghouta orientale, alla periferia di Damasco, nella provincia meridionale di Daraa, nell’area circostante la città di Homs e nella provincia di Idlib, insieme ad alcune aeree delle vicine province di Aleppo, Latakia e Hama.

Erdogan, Putin e il presidente iraniano Hassan Rouhani hanno in programma un meeting in Turchia ad aprile 2018 per discutere della situazione in Siria.

Secondo le cifre delle Nazioni Unite, più di 70mila persone sono fuggite dalle loro case dal mese di gennaio 2018 per sfuggire all’ultima ondata di violenze, a sette anni dall’inizio della guerra civile che ha ucciso mezzo milione di persone.

Circa 1,1 milioni di persone nella provincia sono fuggite verso altre regioni della Siria.

Molti hanno cercato rifugio vicino al confine turco dopo che le forze fedeli al regime di Bashar al-Assad hanno lanciato un’offensiva di terra, per la prima volta in quasi tre anni, nella zona di Idlib, interamente controllata dai ribelli che combattono per deporre il regime.

Una coalizione di ribelli, per lo più islamisti, inclusa l’organizzazione Jabhat al-Nusra, ha spodestato il regime dalla provincia nella primavera del 2015.

La fazione militare predominante in Idlib è Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), guidata da Jabhat al-Nusra.

Il gruppo controlla gran parte della provincia e ha continuato a imporre regole draconiane alla popolazione, accendendo le proteste da parte dei civili, che si oppongono anche al regime di Assad.

Decine di migliaia di persone hanno cercato rifugio a Idlib nel corso degli anni, tra cui 30mila provenienti dalla città di Aleppo.

La provincia ha sopportato anni di raid aerei e persino attacchi a base di cloro, e l’anno scorso la città di Khan Sheikhun è stata colpita con del gas sarin.

Una mappa aggiornata al 10 febbraio 2018 con le forze in campo in Siria: