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Il periodo di transizione post-Brexit sarà garantito solo se verrà raggiunto un accordo definitivo con l’Ue, dice Theresa May

La premier britannica ha detto che il periodo di transizione post-Brexit ci sarà solamente se sarà raggiunto l’accordo commerciale entro la fine della prossima estate.

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Credit: Toby Melville

Durante il dibattito alla Camera dei Comuni, Theresa May ha sottolineato come il periodo di transizione è legato, per parte britannica, al raggiungimento di un’accordo permanente che regolerà i rapporti commerciali fra Regno Unito e Unione europea una volta che saranno due entità completamente separate.

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Posizione che non è stata certamente gradita da tutti i parlamentari, di ambedue gli schieramenti, che si battono contro la versione “hard” della Brexit, ossia un taglio netto e deciso con Bruxelles. La risposta, rivolta a Duncan Smith, euroscettico del partito Conservatore, viene dopo che qualche giorno fa, cinque importanti gruppi economici del Regno Unito, chiedevano con una lettera al governo delle garanzie ben precise sul periodo di transizione post-Brexit, proposto da Theresa May nel discorso di Firenze.

Durante questo periodo di transizione, verrebbe mantenuto lo status quo, con il Regno Unito che farebbe parte del blocco europeo con le condizioni attuali ma senza rappresentanza nel parlamento di Strasburgo, potendo comunque beneficiare del mercato unico europeo, dove finiscono quasi la metà delle sue esportazioni.

I timori degli imprenditori sono legati all’ incertezza di ciò che sarà il futuro economico-burocratico dopo il 29 marzo 2019, non sapendo e probabilmente non avendo il tempo di potersi preparare per i futuri cambiamenti.

Intanto Michel Barnier, in un’intervista a un giornale francese, ha rimarcato come la lunghezza delle trattative nel campo del commercio internazionale, necessita solitamente diversi anni vista la complessità della materia.

Il capo negoziatore dell’Ue, ha infatti citato l’esempio del Ceta, il trattato di libero scambio fra l’Unione europea e il Canada. Quest’accordo ha richiesto sette anni di tempo e non è ancora ancora del tutto operativo, considerato che richiede la ratifica di tutti gli stati membri.

Si allarga comunque il fronte che chiede certezza alla premier May. Keir Starmer, responsabile laburista dello “shadow cabinet” per la Brexit, ha fatto sapere che i laburisti si uniranno alle richieste dei conservatori per inserire nell’Eu Withdrawal Bill, le clausole che prevedono che sia garantito sia il periodo di transizione di due anni post-Brexit, che il potere di voto del parlamento di Westminster per approvare o bocciare l’eventuale accordo con Bruxelles.

Emendamenti presentati, fra le altre cose, da due pesi massimi del partito conservatore (attualmente al governo) e che rispondono ai nomi di Dominic Grieve e Ken Clarke, quest’ultimo il decano dei parlamentari che siede ininterrottamente dal 1971 fra i banchi di Westminter e da sempre convinto europeista.

La legge di ritiro dalla Ue con la conversione di circa 12.000 leggi comunitarie nel sistema giuridico britannico, l’Eu Withdrawal Bill per l’appunto, è al vaglio delle commissioni parlamentari dove si prospetta battaglia quando il disegno di legge dovrà affrontare la sua terza lettura alla Camera dei Comuni.

Intanto Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha ribadito come ci sia la disponibilità da parte dell’Unione europea anche al ritiro della Gran Bretagna dal tavolo dei negoziati per fare marcia indietro sull’abbandono e quindi rimanendo membro dell’Unione.

Tale invito fu fatto tempo fa anche dal presidente francese Macron, descritto fra i più intransigenti nel pretendere le garanzie di pagamento degli impegni finanziari britannici prima di passare ai negoziati sulle future relazioni.

Per sapere se si potrà passare alla seconda fase delle trattative bisognerà attendere dicembre, quando il Consiglio europeo valuterà se sono stati fatti sufficienti progressi nei tre settori chiave: pagamento del conto d’uscita, diritti dei cittadini Ue in Gran Bretagna (e viceversa) e confine con l’Irlanda.

Il tutto dovrebbe terminare nell’ottobre del 2018, per poter dare tempo ai 27 restanti paesi di ratificare l’accordo entro marzo del 2019, previa approvazione del Parlamento europeo che ha potere di veto.

Intanto, prima del Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre, sono previsti almeno altri tre round di negoziati ufficiali fra David Davis e Michel Barnier.