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Non chiedetemi più di dissociarmi dall’Isis ogni volta che viene urlato “Allah Akbar” in un attentato

Sara Ahmed spiega perché non ha più intenzione di prendere le distanze quando un gruppo di folli fa un uso improprio di una delle invocazioni più frequenti della religione islamica

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Credit: Arif Ali

Stephen Paddock, un 64enne statunitense, il 2 ottobre 2017 ha ucciso 59 persone e ne ferite più di 500 a Las Vegas. Secondo le prime indagini era bianco, non musulmano, non era un richiedente asilo politico e non ha ucciso le persone al grido di “Allah Akbar”. Questo è importante sottolinearlo.

L’Fbi ha dichiarato che non ci sono elementi per collegare l’attentatore di Las Vegas all’Isis ma sono convinta che in molti avrebbero preferito che la rivendicazione da parte del sedicente stato islamico fosse stata vera. 

Molti sono rassicurati dall’idea e dalla convinzione che la crudeltà appartenga solo a un gruppo di folli come l’Isis, a un’unica religione come l’Islam e a chi ad ogni attentato urla “Allah Akbar”.

La verità è che il male esiste anche tra i cosiddetti uomini bianchi. Il vero problema non sono le religioni ma la mente umana che è sempre più in bilico tra ragione e follia e il terrorista di Las Vegas ne è la prova.

Allah Akbar lo dico ogni volta che prego.

Allah Akbar lo dicono 1,6 miliardi di musulmani nel mondo, ogni giorno per cinque volte, ad ogni preghiera.

Allah Akbar lo dicono i muezzin nelle moschee in ogni paese di questa terra.

Allah Akbar noi musulmani lo diciamo da secoli, da più di 1.400 anni.

Allah Akbar lo dicono i cristiani in Medio Oriente.

Secondo voi dovremmo dissociarci perché un gruppo di folli ne fa un uso improprio, opposto e contrario a quello che ne facciamo noi?

Lo abbiamo fatto ma molti hanno preferito voltarsi altrove e dire che non è abbastanza. La richiesta che viene fatta ai musulmani di dissociarsi dal terrorismo la trovo assurda.

Chi fa tale richiesta non è a conoscenza che nonostante i musulmani siano le prime vittime del terrorismo hanno sempre e comunque manifestato e condannato.

Ci siamo dissociati dall’Asia all’Europa. Da Londra a Lahore. Dall’America all’Africa. Da New York al Cairo. Da anni abbiamo riempito le piazze di tutto il mondo con cartelli in mano su scritto Not in my name. Se vi siamo sembrati pochi nelle piazze europee è forse per il semplice fatto che i musulmani sono numericamente di meno.

Una vittima su tre dei morti durante l’attentato di Nizza era musulmana e nonostante il dolore e il lutto ci siamo dissociati. Il 95 per cento dei morti per mano dell’Isis sono musulmani ma ci siamo lo stesso dissociati. Vorrei capire come fanno i siriani o gli iracheni a dissociarsi tra una bomba e un’altra che cade in testa, forse questo particolare è sfuggito ai più.

Chi chiede ai musulmani di condannare gli attentati ignora le numerose fatwe emanate dai più grandi imam del mondo.

Quando fate tale richiesta è come chiedere ad una madre la cui figlia è stata uccisa di dissociarsi dall’assassino.

Potrei chiedervi di dissociarvi dalle bombe prodotte in Italia vendute all’Arabia Saudita che ogni giorno uccidono donne e bambini in Yemen ma non l’ho fatto e mai ve lo chiederei. 

Chi fa tale richieste vuole solo marcare ancora di più le divisioni e non fa altro che darla vinta ai terroristi e a chi vuole una scontro tra civiltà e culture.

Quello che è successo a Las Vegas è terrorismo. Chiamiamo le cose con il loro nome.

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Stephen Paddock non era un uomo folle bianco ma un terrorista che ha ucciso vite innocenti, anche se non al grido di “Allah Akbar”.

Come musulmana, potrei dirvi che non mi dissocio da qualcosa che non mi appartiene, che uccide i miei cari, di cui non ho mai fatto parte. Ma mi sono dissociata, come tutti i musulmani.

Come non musulmani potrei chiedervi di dissociarvi dall’uomo bianco Stephen Paddock ma non fatelo perché nessuno dovrebbe dissociarsi da qualcosa di cui non ha mai fatto parte.

Non chiedetemi più di dissociarmi dall’Isis, l’ho fatto in passato, ma non ho più intenzione di farlo.