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Dentro le cliniche della tortura per gli omosessuali in Ecuador
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Dentro le cliniche della tortura per gli omosessuali in Ecuador

Paola Paredes ha realizzato un progetto fotografico per documentare quello che avviene nelle strutture illegali che utilizzano tortura e “stupro correttivo” contro i gay

25 Mag. 2017

Era il 2013 quando la fotografa ecuadoriana Paola Paredes ha sentito parlare per la prima volta delle cliniche che cercano di convertire persone gay e transessuali. Un’amica le ha raccontato che in questi luoghi le persone omosessuali vengono affamate e sottoposte a varie forme di maltrattamenti come lo “stupro correttivo”. 

“Questo non avviene solo in Ecuador, è un problema globale: accade in Messico, in Colombia, anche in Europa e negli Stati Uniti”, ha raccontato la fotografa in un’intervista al sito Featureshoot. All’epoca Paola non aveva ancora parlato della sua omosessualità con i suoi genitori. “Naturalmente ho immaginato che potesse accadere anche a me”.

Un giorno la fotografa si è seduta con la sua famiglia intorno a un tavolo e in una conversazione di tre ore ha detto loro: “Sono gay”. Le immagini che ritraggono i loro discorsi, mostrando ogni singola emozione sui loro volti, sono confluite nel progetto fotografico Unveiled.

Dopo aver saputo delle cliniche della tortura, Paola ha iniziato a fare ricerche sull’argomento, ha intervistato alcune ex pazienti e si è infiltrata in una di queste strutture con la scusa di voler ricevere informazioni per il trattamento di un parente. All’esterno, spiega la fotografa, le cliniche operano come strutture di trattamento per gli alcolisti e i tossicodipendenti. Ma dietro pagamento applicano la stessa pratica agli omosessuali, alle adolescenti rimaste incinte e persino alle prostitute che sono state ricoverate dai loro parenti.

Sulle persone omosessuali, in particolare, praticano la cosiddetta “terapia di conversione”.

Alcune di queste cliniche costringono i pazienti a studiare la bibbia, a compiere esercizi forzati e pretendono che le donne si trucchino in modo corretto per affermare l’idea che sono “vere donne”. Ma alcune praticano anche procedure più violente, come pestaggi e restrizioni paragonabili a tortura vera e propria.

Anche se Paola non poteva realizzare un documentario, voleva ugualmente raccontare quello che succede in questi luoghi. Per questo ha deciso di ricreare alcune delle scene descritte dalle donne che ha intervistato (e che hanno scelto di rimanere anonime) usando ancora una volta se stessa, come già in Unveiled

Il risultato è una emozionante e terribile serie fotografica chiamata Until you change (Finché non cambi).

Qui sotto alcune foto che ritraggono Paola Paredes mentre inscena quello che succede nelle cliniche dell’orrore. Sotto un video che mostra come sono state ricreate le scene.