Due motivi per cui il discorso di Trump in Arabia Saudita è grottesco
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Due motivi per cui il discorso di Trump in Arabia Saudita è grottesco

Trump, proprio come Obama, si appresta a inondare l’Arabia Saudita con carichi di armi che faranno felici i terroristi e i poteri forti statunitensi. Il commento

20 Giu. 2017  

Filosofare sul “nuovo corso” per il Medio Oriente disegnato da Donald Trump nel viaggio in Arabia Saudita, soprattutto paragonandolo alle strategie proposte a suo tempo da Barack Obama, è un esercizio di rara futilità. L’uno e l’altro presidente, infatti, hanno un problema di discrasia tra le parole e i fatti.

Obama ebbe rapporti a dir poco freddi sia con il saudita re Salman sia con il premier israeliano Netanyahu. Ma nel 2009 compì il suo primo viaggio all’estero proprio in Arabia Saudita – come Trump – e già nel 2010, poco dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Pace, siglò con l’Arabia Saudita la più grande singola vendita di armi a un singolo paese della storia degli Usa: un affare da 62 miliardi di dollari, completato negli anni a seguire da altre forniture.

Stessa storia con Israele, che da anni ha un asse strategico privilegiato con i sauditi: proprio Obama ha firmato nel 2016 la concessione di un pacchetto decennale di assistenza militare allo Stato ebraico da 3,8 miliardi di dollari l’anno, con un incremento di 700 milioni di dollari l’anno rispetto agli accordi precedenti. Patto che il dipartimento di Stato americano definì “il più grande accordo di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti”.

Trump, che a differenza di Obama ha un forte problema di contestazione interna, si è affidato mani e piedi ai veri policy makers del suo paese, quelli che alla fin fine, al di là della forma, determinarono la sostanza anche degli orientamenti obamiami: dipartimento di Stato, apparato industrial-militare (ben rappresentato dal generale McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale), servizi segreti. Il risultato è quello che abbiamo visto. Un discorso sul terrorismo concettoso e pieno di belle parole: occorre una coalizione internazionale contro il terrorismo; le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che siano gli Stati Uniti a sconfiggere questo nemico che uccide in nome della fede; non siamo venuti a dirvi come dovete vivere; prenderemo le nostre decisioni sul mondo reale, non su ideologie inflessibili; quando sarà possibile cercheremo riforme graduali, non interventi improvvisi. 

Discorso però grottesco in sé, per almeno due motivi. Il primo è che è stato tenuto in Arabia Saudita, cioè in casa del più grande sponsor del terrorismo che la storia conosca, il paese che ha devoluto centinaia e centinaia di miliardi alla causa del radicalismo islamico più violento, come tutti sanno e come la stessa Hillary Clinton ripetutamente ha scritto nel corso degli anni nelle mail poi pubblicate (e da lei mai smentite) da Wikileaks. Quale interpretazione abbiano dato al discorso i sauditi è assai chiaro, viste le accoglienze trionfali riservate a Trump: proseguite pure, noi saremo comunque al vostro fianco.

Il secondo motivo è che ad ascoltare Trump c’erano 55 leader mediorientali che non possono riconoscersi allo stesso modo in quelle parole. L’egiziano Al-Sisi il radicalismo islamico violento dell’Isis ce l’ha in casa e cerca di soffocarlo con i metodi brutali che sappiamo. Che cos’ha da spartire con il Qatar, per esempio, che di quei violenti è uno sponsor? E il premier della Tunisia, Yussef al-Shaed, che deve gestire il paese che ha prodotto più foreign fighters in assoluto e non riesce a far approvare la legge per metterli sotto processo una volta tornati in patria, come s’inquadra nel grande abbraccio tra gli Usa e la cultura wahabita (“Non siamo venuti a dirvi come dovete vivere”) che di quei miliziani è ispiratrice?

Ma soprattutto, come ai tempi di Obama, dietro i discorsi ci sono i fatti. E questi dicono che l’America di Trump, proprio come quella di Obama, si appresta a inondare l’Arabia Saudita con carichi di armi che faranno felici da un lato i terroristi che i sauditi supportano e dall’altro i “poteri forti” Usa (si parla di 350 miliardi di dollari in dieci anni, con 100 miliardi subito e gli altri a seguire). Lo stesso presidente ha avuto una gratificazione personale: Trump molto ha puntato su un programma di ammodernamento delle infrastrutture e re Salman ha deciso un investimento specifico da 200 miliardi in quattro anni. Soldi che il sovrano, alle prese con un deficit di bilancio da 53 miliardi di dollari che l’ha costretto a tagliare i salari di quel 65 per cento dei suoi cittadini impiegato nel settore pubblico, a quanto pare considera ben spesi.

Nulla cambia, dunque. E si può scommettere che nulla cambierà nemmeno sul fronte di Israele. Trump porterà la solita proposta “meno insediamenti per meno violenza”, Israele farà (forse) finta di accettare ben sapendo che gli insediamenti sono ormai vitali per la sua stabilità e la sua economia. Alla fine la Casa Bianca abbozzerà e concederà allo stato ebraico qualche altra forma di aiuto o assistenza. D’altra parte il presidente si è già ritagliato una via d’uscita. Quelli di Hamas, ha detto, sono solo terroristi. Non sarà difficile, in caso di necessità, usare la scusa delle divisioni tra i palestinesi o la motivazione del terrorismo per giustificare qualunque cambiamento di rotta o fallimento diplomatico.

L’unica vera differenza tra ieri e oggi, tra Obama e Trump, è la maggior enfasi ora posta sull’Iran come causa di tutti i mali del Medio Oriente. Rex Tillerson, il segretario di Stato, ha addirittura intimato a Teheran di ritirarsi dallo Yemen e dalla Siria. Le rielezione del riformista Hassan Rouhani, confermato presidente con un buon responso delle urne, ha in parte depotenziato la polemica, che è un chiaro omaggio all’asse Arabia Saudita-Israele e un monito indiretto alla Russia, alleata dell’Iran e della Siria di Assad.

L’accordo sul nucleare del 2015 fu in effetti la pagina più riuscita negli otto anni di politica estera di Barack Obama. Ma sarà bene ricordare che le sanzioni Usa contro Teheran, in vigore da 25 anni, non sono mai state ritirate per l’opposizione del Congresso a maggioranza repubblicana. Con queste posizioni, dunque, Trump potrebbe anche voler riconquistare quella parte del partito repubblicano che non l’ha mai amato e continua a tenerlo sulla corda. Il che porta a due ipotesi.

Se Trump e i suoi davvero credono che sia il solo Iran a destabilizzare il Medio Oriente, e non vedono l’enormità dei danni arrecati da loro fedeli alleati come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, possiamo solo aspettarci altre guerre e distruzioni. Se invece si tratta di propaganda a uso interno… anche. Perché vuol dire che Trump ha già subito un impeachment di fatto e che a governare sono altri. Proprio quelli che The Donald tanto criticava in campagna elettorale.

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