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Macron potrà anche fermare l’estremista Le Pen, ma non chiamatelo salvatore della patria

Chi teme la Le Pen populista fa benissimo a tenersi caro Macron. Ma da qui a farlo passare per un tipo innovativo, il passo è molto lungo. Il commento di Fulvio Scaglione

Immagine di copertina

Talis pater, talis filia. Nel 2002, a sorpresa ma non troppo, Jean Marie Le Pen conquistò, con il 17,79 per cento dei voti, il diritto al ballottaggio nell’elezione presidenziale che avrebbe poi clamorosamente perso (5 milioni e mezzo di voti contro 25 milioni e mezzo) contro Jacques Chirac. Quindici anni dopo sua figlia, Marine Le Pen, con il 21,5 per cento dei voti, va al ballottaggio contro Emmanuel Macron (23,8 per cento).

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Per fare più o meno la stessa fine del padre: gli sconfitti del primo turno, Hamon (6,3 per cento) e Fillon (19,9 per cento), hanno già chiesto di votare contro di lei. E se pure Jean-Luc Mélenchon, il candidato della sinistra-sinistra, rifiuta di dare indicazioni, è presumibile che vedrà un po’ dei suoi votare in funzione anti-Le Pen.

Allora come oggi, dunque, è Front National contro tutti. Prevedibile quindi che vincano i tutti. Sono cambiate molte cose ma la sostanza è ancora quella. Anche perché, se pure sprofonda l’appeal delle sigle tradizionali, come quella del Partito socialista sceso ai minimi storici dopo il penoso quadriennio di Francois Hollande, è sempre possibile inventare una cosa che sembri nuova pur essendo assolutamente tradizionale, se non vecchia.

Ed è qui che arriva Emmanuel Macron, oggi acclamato salvatore di molte patrie: della Francia che non finirà in mano ai fascisti, dell’Europa che non si disgregherà, dell’Occidente che resiste al trumpismo.

Però di Macron qualcosa sappiamo e non si capisce come questo “qualcosa” dovrebbe farci pensare a grandi colpi di scena. È uscito dalla prestigiosa École Nationale d’Administration, ha lavorato al ministero delle Finanze, è stato banchiere con i Rothschild, è diventato milionario, è tornato nel settore pubblico come consigliere economico di Hollande.

Infine, dal 2014 al 2016, è stato ministro delle Finanze e dell’Industria con il premier Manuel Valls. 

Macron dice di essere “né di destra né di sinistra”. Dopo di che, nel programma, annuncia di voler ridurre le tasse sulle imprese (dal 33,3 al 25 per cento), tagliare la spesa pubblica di 60 miliardi di euro, cancellare 120 mila posti nel settore pubblico, sospendere l’indennità di disoccupazione a chi rifiuta per due volte un posto di lavoro, aumentare il budget della Difesa (dall’1,7 al 2 per cento del Pil), istituire un servizio militare universale obbligatorio della durata di un mese. Che non sia di sinistra è chiaro. Che non sia di destra, un po’ meno.

Macron, poi, è europeista. Quale banchiere d’affari, peraltro, con questi chiari di luna, non lo è? Comunque sia, Macron propone di istituire un bilancio dell’Eurozona e di creare un super-ministero delle Finanze che coordini le politiche dell’area euro in tema di mercato unico e sviluppo industriale.

Il leader di En Marche!, inoltre, immagina di riservare l’accesso al mercato unico (e le commesse pubbliche) alle aziende che abbiano almeno il 50 per cento più uno delle loro attività in Europa. E poi la costituzione di un “fondo” per finanziare un esercito europeo e di un Consiglio di sicurezza europeo che raduni i responsabili militari dei 27 paesi.

È un bel programma, persino nobile. Ma quanto di tutto questo resterà in piedi, una volta che Macron sarà diventato presidente e dovrà affrontare la realtà? Il super-ministero delle Finanze europeo sarà massacrato dai tedeschi e dai paesi “virtuosi” del nord, l’esercito comune dai paesi dell’ex Europa dell’est, grandi fan della Nato.

Privilegiare le imprese con almeno il 50 per cento delle attività nella Ue? Ottimo, a patto di reggere alle rappresaglie di Usa e Cina, e di credere che i 27 paesi Ue siano così compatti da far fronte unico rispetto alle pressioni.

Non è cinismo ma realismo pensare che alla fine resterà il Macron che taglia posti di lavoro pubblici e servizi di welfare e riduce le tasse alle aziende, che è poi quello che è successo dappertutto in Europa nell’ultimo decennio.

Insomma: chi teme la Le Pen populista e sfascista fa benissimo a tenersi caro Macron. Ma da qui a farlo passare per un tipo innovativo, be’, il passo è molto molto lungo.

Alla luce poi di quel modesto 3,71 per cento in quindici anni che divide il Le Pen padre che perde con Chirac dalla Le Pen figlia che perderà con Macron, viene anche il sospetto che un po’ degli allarmi sulla temibile “onda nera” e “marea populista” siano serviti soprattutto a spaventare la gente e a far passare una vecchia politica appena riverniciata per una politica tutta nuova. Ma questa è già un’altra storia.

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