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Ecco cosa vuol dire essere un’infermiera nell’inferno di Aleppo

La testimonianza di Baraa Omar, una giovane infermiera che lavorava e operava in uno degli ospedali distrutti nella città siriana sotto l'assedio delle forze governative

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Nell’ultima settimana, tutti gli ospedali situati nei quartieri a est di Aleppo, in Siria, sono stati gravemente danneggiati e resi inagibili dai continui bombardamenti sulla città sotto assedio da circa due mesi.

In questo contesto di morte e distruzione, sono almeno 250mila i residenti che continuano a vivere nella morsa delle forze governative siriane e sotto il controllo dei gruppi ribelli, costantemente esposti al rischio di essere feriti o peggio uccisi sotto il fuoco incrociato delle due parti in conflitto. 

Nonostante ciò, ci sono coloro che hanno deciso di resistere e continuare nella loro missione, ossia quello di salvare vite umane. Questo è il caso di Baraa, una giovane infermiera siriana di 23 anni che vive e opera ad Aleppo Est. 

Prima che la guerra e le violenze prendessero il sopravvento, Baraa Omar studiava ingegneria biomedica. Fu costretta a interrompere gli studi con l’acuirsi del conflitto. Via via che i combattimenti si intensificavano e il numero delle vittime aumentava, la necessità di avere a disposizione del personale medico e infermieristico specializzato diventava sempre più vitale. La giovane decise di iscriversi a un corso abilitante per la professione infermieristica, presso il Technical College of Medicine che si trovava in uno dei quartieri sotto assedio di Aleppo Est. 

Dopo aver completato il corso di studi, Baraa venne assegnata a uno degli ospedali della città ancora in piedi e operativi. “Per cinque o sei mesi ho trascorso tutte le mie giornate tra le mura di quell’ospedale e mi sono specializzata nel prestare cure a donne e bambini. Ho lavorato senza sosta. A volte capitava che la sala operatoria rimanesse aperta in maniera ininterrotta, per 24 ore di fila”. 

Il corso di studio in infermieristica presso il Technical College of Medicine è stato inaugurato nel 2014. In questi due anni, l’istituto ha abilitato alla professione circa 100 infermieri e 250 tecnici medici. La ragione per cui la struttura è stata aperta era essenzialmente una: nonostante molte persone avessero prestato assistenza come infermieri durante il conflitto, poche in realtà avevano condotto degli studi specifici. Da qui la decisione di creare un istituto ad hoc nel cuore di una zona interessata dal conflitto. 

Tuttavia, anche Il Technical College of Medicine non è stato risparmiato dai raid aerei e dagli attentati. L’attacco più recente risale al 26 settembre scorso e ha provocato la distruzione della parte centrale dell’edificio. Questo non ha ritardato l’inizio dell’anno accademico, inaugurato il 10 ottobre scorso. L’istituto oltre ad avere esteso la durata del corso di studi da sei mesi a due anni, è riuscito a siglare un accordo con l’Università di Aleppo. 

Da quando l’istituto è stato aperto ha registrato una media di iscritti che si attesta intorno ai 50 studenti ogni anno. Una volta conseguita la laurea si può iniziare a lavorare negli ospedali di Aleppo. Studiare e lavorare in una città sotto assedio e continuamente presa di mira dai raid aerei non è affatto semplice. Qui di seguito abbiamo riportato la vivida e toccante testimonianza di Baraa Omar, raccolta da un’organizzazione non governativa siriana, The SyriaCampaign.org:

“Io non avevo mai studiato infermieristica. Ero una studentessa di ingegneria biomedica, ma dopo lo scoppio della guerra sono stata costretta a interrompere i miei studi. Studiare medicina è sempre stato il mio sogno, e per ironia della sorte, quel sogno purtroppo è diventato una triste realtà. Tutti gli altri sogni sono svaniti a causa del conflitto.

E’ davvero difficile essere un infermiere ad Aleppo Est.  Oggi è senza dubbio ancora più difficile, dopo che tutti gli ospedali sono fuori servizio a causa dei bombardamenti. Siamo stati costretti a trovare delle sistemazioni provvisorie per poter proseguire nel nostro lavoro, offrendo soccorso ai pazienti. In molti casi, abbiamo allestito un punto di primo soccorso in alcune abitazioni private facendo in modo di poter ricevere il maggior numero di pazienti possibili.

Oltre alla mancanza di strutture adeguate, dobbiamo fronteggiare altri problemi correlati come la mancanza di medicinali, di apparecchiature e strumenti chirurgici. In particolare scarseggiano gli antidolorifici necessari per alleviare le sofferenze e i dolori dei feriti più gravi. Ai nostri pazienti non possiamo offrire le cure mediche di base. Non possiamo dare ai nostri pazienti nemmeno le coperte pulite. Siamo costretti a utilizzare le coperte macchiate di sangue da altri feriti. Non abbiamo ampia scelta.

I pazienti muoiono spesso con addosso l’odore di sangue altrui. Muoiono per la mancanza di strumenti chirurgici sterilizzati o per il freddo. Riceviamo costantemente un enorme flusso di civili feriti a causa dei raid aerei. Questa situazione drammatica ci mette sotto pressione e spesso non riusciamo a venire incontro alle loro esigenze. Lo staff medico scarseggia e il numero dei pazienti aumenta.

E’ capitato che molti feriti siano morti durante l’attesa di ricevere un intervento chirurgico che avrebbe salvato loro la vita. Questo succede perché i nostri medici sono così impegnati a prestare cure a tanti altri feriti che hanno un disperato bisogno di assistenza. Non c’è nemmeno il tempo di riposare o mangiare. Nemmeno un minuto a disposizione. Medici e infermieri, quando possono, mangiano durante il lavoro. A volte riusciamo a trovare il tempo di riposare per qualche ora, ma quando chiudi gli occhi non è possibile smettere di pensare alle persone che a pochi metri da te stanno morendo, mentre noi riposiamo.

Le immagini o i filmati che i media internazionali quotidianamente mostrano sono soltanto una piccola parte di ciò che viviamo ogni giorno, e non riescono a trasmettere in pieno la fatica e il senso d’impotenza che proviamo a vivere e lavorare in questa parte della città. Questa tragica situazione mi ha impedito di avere una vita. Non sono sposata. Non ho per studiare, né tanto meno per dedicarmi ad attività personali. Non ho neanche più tempo di fare visita a mia madre, e l’unica volta che posso andare a trovarla è nel lasso di tempo in cui dovrei riposarmi”. 

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– I bombardamenti governativi hanno messo fuori uso tutti gli ospedali ad Aleppo Est