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In Cina è stato giustiziato il giovane simbolo della lotta contro i soprusi del regime

Nel 2015 Jia Jinglong uccise il capo del villaggio che aveva ordinato la demolizione della sua casa. Non sono serviti gli appelli di coloro che chiedevano la grazia

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Jia Jinglong, un giovane cinese di 30 anni, non è riuscito a ottenere né un processo equo né, dopo la condanna, la grazia. Nella mattinata di martedì 15 novembre, il ragazzo è stato giustiziato. A renderlo noto in poche righe l’agenzia di stampa cinese Xinhua

Un anno fa, Jia era stato accusato della morte di un funzionario locale del partito comunista, e per questo motivo condannato alla pena capitale. Rinchiuso nel braccio della morte, il giovane ha atteso il suo destino già segnato. 

Nonostante l’eco della sua condanna a morte emanata da un tribunale penale cinese, fosse arrivata fino alla comunità giuridica del suo villaggio di provenienza, nella provincia di Hebei nel nord della Repubblica popolare cinese, e questa si fosse mobilitata per garantire una difesa al ragazzo, la Corte suprema cinese ha lasciato cadere nel vuoto le richieste autorizzando l’esecuzione. 

La storia di Jia Jinglong è quella tragica, e purtroppo assai comune in Cina, di un povero ragazzo di provincia continuamente oggetto di vessazioni da parte delle autorità locali. Quotidianamente, il capo del villaggio faceva pressioni affinché il giovane cedesse il suo piccolo appezzamento di terreno sul quale aveva deciso di realizzare la casa dei suoi sogni.

Lì, in quell’abitazione, il giovane avrebbe condotto la sua fidanzata e promessa sposa, e lì avrebbero dato vita alla loro famiglia. Ma la realtà si è rivelata ben diversa dai sogni.

Quell’appezzamento di terra faceva gola al capo del villaggio che aveva deciso di costruirci il suo appartamento. Il funzionario si è rivolto dapprima alla famiglia di Jia senza incontrare alcuna resistenza da parte loro.

L’unico ostacolo concreto era proprio Jia, che aveva combattuto strenuamente per mantenere il suo piccolo pezzo di terra. Come liberarsi di lui? La soluzione era molto semplice, soprattutto se godi di una certa posizione sociale, soprattutto in un paese come la Cina dove la corruzione dilaga a macchia d’olio. 

Il giovane non avrebbe mai ceduto alle pressioni, ma il funzionario aveva ormai deciso di prendersi la terra. Lo fece con la prevaricazione, dando l’ordine di demolire le mura che Jia aveva fatto erigere, ma senza alcun permesso scritto. 

L’abitazione dei suoi sogni non esisteva più. Accecato dalla rabbia, Jia decise di farsi giustizia da solo. Prese una sparachiodi, si recò dall’uomo che gli aveva rovinato i piani e lo uccise, senza pensarci due volte. 

Il giovane non aveva più nulla da perdere: la sua abitazione non esisteva più, la sua fidanzata l’aveva lasciato e aveva perso persino il suo lavoro. 

Condotto davanti a un tribunale penale, il giovane è stato condannato alla pena capitale. 

Dopo la sua esecuzione, i giornali locali si sono limitati a riportare la notizia dell’ultimo appello presentato alla Corte suprema da un gruppo di giuristi, mentre le autorità locali cinesi hanno dovuto reprimere alcune proteste sorte dopo la morte di Jia, diventato per molti il simbolo della lotta per l’affermazione dei diritti fondamentali delle persone. 

Gli avvocati che avevano deciso di seguire il caso di Jia, nel tentativo di scongiurare il ricorso alla pena capitale non avevano negato le responsabilità dell’uomo dinanzi alle accuse di omicidio, ma si erano impegnati affinché l’imputato venisse riconosciuto come la vittima di un sistema giudiziario ingiusto e inefficace, incapace di garantire un trattamento equo ai cittadini cinesi più poveri. 

Nell’ultimo anno, il caso aveva generato la reazione di molti utenti cinesi sui social media, in particolare su quello più frequentato in Cina (Weibo) e delle associazioni per la difesa dei diritti umani, che hanno lanciato appelli per la sospensione della pena capitale. 

Le richieste sono cadute nel vuoto. “La Corte d’appello di Shijazhuang ha fatto eseguire la condanna a morte per l’omicida Jia Jinglong. Prima dell’esecuzione, la Corte gli ha permesso di incontrare i suoi familiari, come previsto dalla legge”. Con queste poche righe è stata annunciata oggi la morte di Jia Jinglong. 

Uno studioso di diritto dell’Università di Pechino citato dal Guardian, Zhang Qianfan, che è stato anche uno degli attivisti ad aver fatto appello per la vita di Jia, ha dichiarato di sentirsi deluso e con il cuore spezzato dopo l’esecuzione. “L’intera comunità giuridica e sociale ha chiesto che la pena di morte fosse sospesa, ma le nostre richieste non hanno sortito alcun effetto sulla decisione del tribunale. Penso che questo mostri l’indifferenza delle istituzioni verso il diritto alla vita”. 

Zhang ha inoltre aggiunto che la moglie di un membro del partito comunista caduto in disgrazia, Bo Xilai, era sfuggita all’esecuzione per l’omicidio di un uomo d’affari britannico nel 2011, Neil Heywood, così come i suoi tentativi di coprire i crimini non sono mai stati puniti.

Dopo aver appreso della morte di Jia, molti utenti hanno criticato questa decisione sui social media, sottolineando come l’impiego indiscriminato della pena di morte sia illuminante circa la politica di Zhou Qiang, il presidente della Corte Suprema della Cina: “Se si tratta di una persona comune, allora non importa se la si uccide. Se si tratta di un funzionario politico, allora è più facile decidere di non condannarlo alla pena capitale”, si legge in uno dei commenti pubblicati sul social media cinese Weibo. 

Le demolizioni e gli sgomberi forzati sono diventati una pratica ricorrente in Cina, come conseguenza dell’intensivo processo di urbanizzazione del paese, dove prolificano la corruzione e il malaffare gestito dai funzionari locali con la collaborazione degli agenti immobiliari che segnalano loro terreni e abitazioni da espropriare e sui quali lucrare.

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Un rapporto pubblicato nel 2012 da Amnesty International ha rivelato come in quel periodo si sia registrato un picco di demolizioni e la confisca dei terreni edificabili fosse un modo per ripagare debiti enormi. 

Tutto ciò provocò un’escalation di malcontento che raggiunse livelli preoccupanti dopo le morti, le violenze, le vessazioni e le detenzioni illegali subite dai residenti costretti ad abbandonare le loro abitazioni nelle zone rurali del paese. 

Questa situazione ha gettato nella disperazione molte famiglie povere cinesi. Alcuni per protesta sono ricorsi perfino a soluzioni drastiche, come immolarsi dandosi fuoco.