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Perché gli attacchi di Bruxelles erano tutto tranne che inevitabili

L'analisi di Alon Ben-Meir

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Gli orrendi attacchi di Bruxelles da parte di terroristi affiliati all’Isis, che hanno reclamato la vita di 35 persone e ferito più di duecento, erano tutto tranne che inevitabili. Questi attacchi potrebbero aumentare in frequenza e intensità in molte città europee, dove i cittadini viaggiano liberamente e gli estremisti violenti tra loro possono organizzare degli attacchi senza essere individuati.

Anche se un incremento sostanziale nel personale della sicurezza interna, la raccolta di materiale d’intelligence e la sua condivisione all’interno della comunità europea, insieme a una maggiore prontezza, sono di grandissima importanza, non possono da soli fermare gli attacchi terroristici.

L’Unione Europea deve comprendere che se pure la lotta contro i terroristi ispirati dall’Isis dev’essere implacabile, devono allo stesso tempo affrontare le ragioni che spingono giovani musulmani, per lo più cittadini dei rispettivi paesi europei, a commettere queste atrocità.

Attualmente, ci sono tre fronti su cui bisogna lavorare per combattere l’estremismo violento: la sconfitta dell’Isis, il miglioramento delle condizioni socioeconomiche e politiche degli stati arabi, e l’integrazione dei giovani musulmani nel loro milieu sociale.

Il fulcro di questo articolo è l’assenza di integrazione, che risulta palesemente evidente; l’Ue non è riuscita a trovare una soluzione praticabile a questa situazione, e senza di essa nessuna misura di sicurezza, non importa quanto sofisticata o estesa, sarà sufficiente. È necessario ripercorrere brevemente i primi due fronti dato che tutti e tre sono strettamente correlati e hanno un impatto l’uno sull’altro.

I prerequisiti per la sconfitta dell’Isis

Anche se l’Isis ha subito numerosi contraccolpi negli ultimi mesi, il gruppo resta un’entità potente che continuerà a espandere la propria influenza al di là dell’Iraq e della Siria. Decine e decine di cellule sono state create in molti paesi europei, dove vivono centinaia di agenti.

Molti di questi giovani musulmani si sono offerti volontari per unirsi ai ranghi dell’Isis e sono tornati nei loro paesi europei perfettamente addestrati e investiti dell’incarico sacro di compiere atti di terrore nel nome di Dio, spesso in un momento e in luogo di loro scelta.

Voltaire ha posto la questione in modo sintetico dicendo: “Cosa si può dire a qualcuno che vi dice che preferisce obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, e che pertanto è certo di andare in paradiso se vi taglierà la gola?”.

Anche se la distruzione dell’Isis non determinerà la fine immediata degli attacchi, molto probabilmente ne ridurrà sia il numero che la frequenza e molte delle sue reclute si sentiranno demoralizzate, vedendo svanire la romantica idea di creare un califfato.

Inoltre, la distruzione dell’Isis manderà un messaggio chiaro ad altri gruppi estremisti violenti: che il loro fato non sarà diverso da quello dell’Isis.

Anche se c’è una certa avversione all’idea di schierare truppe terrestri, e malgrado la sua recente perdita di territorio e il suo ripiegamento, l’Isis non sarà distrutto solo dalle forze aeree. Mentre le truppe irachene e siriane hanno fatto enormi progressi nella lotta all’Isis, sono necessarie ulteriori truppe, inclusi contingenti turchi e arabi, sufficienti nel numero e nelle capacità a fermare l’Isis.

Senza di questo, l’Isis avrà più tempo per reclutare, addestrare e impiantare un numero crescente di cellule in Europa e in Medio Oriente che continueranno a terrorizzare l’Ue, a interrompere lo scorrere ordinario della vita, a paralizzare città come Parigi o Bruxelles, e a causare caos e incertezza per gli anni, se non i decenni, a venire.

Infine, ora che la campagna per riprendere Mosul è cominciata, non c’è momento migliore per introdurre truppe di terra che prevengano una campagna protratta nel tempo, la quale potrebbe portare alla morte di migliaia di civili, dato che i soldati dell’Isis si mescolano tra di loro.

L’Isis potrebbe benissimo combattere fino all’ultimo uomo perché la perdita di Mosul significherebbe quasi certamente la fine dell’Isis in Iraq.

La necessità di riforme socioeconomiche e politiche negli stati arabi

Gli stati arabi devono comprendere che le cause della radicalizzazione sono da ricercare nella disuguaglianza socioeconomica e nel disordine politico, e che solo prendendo delle misure sistematiche e coerenti per curare questo malessere interno si potrà abbattere la radicalizzazione violenta.

La soppressione decennale, la sofferenza e lo stato di servitù che le masse arabe, specialmente i giovani, hanno sopportato sotto regimi corrotti e incuranti con un’insaziabile fame di potere in Iraq, Siria, Libia, Egitto, Yemen e altri paesi ancora, ha raggiunto un nuovo culmine. Fin quando i torti, la disperazione e la desolazione prevarranno, continueranno a prestare terreno fertile agli islamisti radicali che potranno insinuarsi e capitalizzare l’afflizione pubblica.

Perciò, gli stati arabi devono o affrontare nuove riforme sociali, economiche e politiche che offrano nuovi orizzonti e la speranza di un futuro migliore e più luminoso, oppure essere spazzati via dall’escalation dell’estremismo violento che distruggerà le fondamenta politiche su cui si reggono questi regimi – l’Iraq, la Libia, la Siria e lo Yemen sono esempi palesi.

Campagna regione lazio

Per fare ciò, gli stati arabi devono innanzitutto ridurre il crescente divario tra ricchi e poveri. Non c’è nulla di peggio che vedere come nella maggior parte degli stati arabi i ricchi vivano alle spalle dei poveri, e di come i governi non facciano praticamente nulla per sottrarre la popolazione alla povertà più miserabile e alla disperazione.

Contrariamente a quanto viene sostenuto in Occidente, fermare la radicalizzazione non dipende tanto dalle riforme democratiche quanto dal rispetto dei diritti umani. I giovani arabi sono più preoccupati di ottenere opportunità lavorative e una vita dignitosa che non di avere il diritto di votare mentre vivono ancora in uno stato di dipendenza e disperazione.

Gli stati arabi si trovano di fronte una sfida senza precedenti posta dall’estremismo violento. A dicembre 2015, l’Arabia Saudita ha annunciato la formazione di un’alleanza militare islamica per combattere il terrorismo, composta da 34 nazioni (per lo più, appunto, stati musulmani). Non importa quanto efficienti siano queste forze, non avranno che un impatto minimo sulla lotta contro l’estremismo.

Oltre alle misure militari e di sicurezza, gli stati arabi devono fare molta più attenzione al malessere socioeconomico che infetta le loro società, che è la causa principale della radicalizzazione. Devono provvedere a ciò di cui la gioventù ha più bisogno – speranza, opportunità di lavoro, giustizia sociale e una vita dignitosa.

Le potenze occidentali devono incoraggiare e sostenere riforme in queste aree perché l’incapacità degli stati arabi di cambiare corso non farà altro che continuare a destabilizzarli e ciò avrà un impatto sulla lotta dell’Occidente contro l’estremismo violento.

La mancanza di integrazione nelle comunità europee

I governi occidentali stanno cercando di capire cosa motiva giovani musulmani, molti dei quali sono benestanti e istruiti, a lasciare le loro comode vite per unirsi a organizzazioni radicali che offrono un obiettivo inafferrabile e la prospettiva di una morte violenta.

Sembra che il fattore determinante dietro l’ascesa della radicalizzazione dei giovani musulmani in Europa sia l’assenza di integrazione, per scelta o per disegno, di questi individui nella società dei loro rispettivi paesi occidentali, il che spiega perché l’attacco di Bruxelles era tutto tranne che inevitabile.

Durante il mio ultimo soggiorno a Bruxelles qualche settimana fa, sono rimasto stupefatto dal fatto che mentre gli alti funzionari Ue parlavano della necessità di far confluire maggiori risorse verso l’apparato di sicurezza interno non è stata menzionata la necessità di integrare i giovani musulmani nelle loro comunità e di fornire i fondi utili allo scopo.

L’Integrazione deve essere il motore della de-radicalizzazione, e c’è bisogno di un certo numero di misure socioeconomiche, religiose e politiche per alleviare le difficoltà che sperimentano i giovani musulmani europei in queste aree.

In termini relativi, l’ascesa dell’estremismo violento è solo agli stadi iniziali, e se l’Occidente vuole arrestare il flusso di volontari che si uniscono a questi gruppi spietati, i paesi occidentali devono fare degli sforzi congiunti per affrontare e comprendere le sfumature delle comunità musulmane, specialmente le famiglie da cui provengono questi volontari.

La dimensione psicologica deve essere compresa, dato che certamente non vi è una sola strada verso la radicalizzazione: alcuni si uniscono a gruppi radicali violenti per acquisire un senso di appartenenza; altri vogliono sottrarsi agli oltraggi quotidiani; altri sono attratti dal desiderio di riconoscimento o integrazione; altri ancora dall’avventura o dall’eroismo, e infine alcuni non hanno altro modo di sfogare le proprie recriminazioni in assenza di accesso alla giustizia e al processo politico.

La minaccia emanata oggi dall’Isis, da al-Qaeda e da altri gruppi islamisti è ispirata da insegnamenti religiosi distorti, nascosti sotto la parvenza di difendere l’Islam sunnita puro, che punta a infettare giovani musulmani impressionabili per i quali la religione fornisce un rifugio e un senso di appartenenza.

Molti dei giovani uomini e donne che vivono nei paesi occidentali si sentono sempre più marginalizzati economicamente, socialmente e politicamente e sono particolarmente vulnerabili perché si trovano spesso in un momento di transizione nelle loro vite, sia che siano immigrati, o studenti in cerca di amici o persone in cerca di un lavoro. Nel complesso, hanno bisogno di uno sfogo per la loro frustrazione e di conseguenza diventano facile preda degli estremisti che cercano nuove reclute nelle moschee e online.

C’è, però, un denominatore comune dietro la maggior parte delle cause che radicalizzano i giovani musulmani: la mancanza di integrazione nel loro milieu sociale, causata da:

Primo, disinteresse nell’integrarsi, dato che molti giovani musulmani vivono in una bolla e non sono incoraggiati a uscire dal proprio circolo chiuso di familiari e compagni. Ciò risulta ancora più vero nelle famiglie in cui l’estremismo è radicato, o dove ci sono particolari lamentele nei confronti del milieu sociopolitico in cui vivono.

Secondo, nessuno sforzo da parte dei governi per integrare i giovani musulmani nel resto della società, condizione ulteriormente aggravata dai radicati pregiudizi nella maggior parte dei paesi europei, come il Regno Unito o la Francia. I cittadini di retaggio straniero in questi stati sono spesso identificati come stranieri e lo restano anche se hanno vissuto a lungo nel paese o sono cittadini di seconda o terza generazione.

Terzo, la crescente pervasività dell’Islamofobia tra gli europei, acuita dall’ascesa dell’estremismo violento e dallo spargimento di sangue, apparentemente senza fine, tra le comunità musulmane e occidentali, che ha prodotto un ripudio cosciente o incosciente di qualsiasi cosa abbia a che fare con i musulmani in generale.

E quarto, un profondo e crescente senso di alienazione, l’antitesi dell’apertura, che induce i giovani musulmani in particolare a cercare il modo di resistere e sfidare piuttosto che cercare nuove opportunità di integrarsi e diventare cittadini leali dei loro paesi di adozione. In linea generale, i musulmani dell’Europa occidentale tentano di mantenere la propria identità e possono ancora riuscirci attraverso l’integrazione piuttosto che l’assimilazione, in modo che la loro identità di musulmani non vada persa.

I paesi dell’Europa occidentale devono fare dei passi specifici per assicurarsi che quelli che si sono uniti e sono poi tornati siano de-radicalizzati e diventino cittadini utili che possono dissuadere altri dall’intraprendere il loro stesso percorso.

Non ci sono rimedi rapidi per questo sviluppo allarmante, e nessun dispiegamento di forze dell’ordine arresterà il flusso di volontari musulmani provenienti dall’Europa occidentale che vogliono unirsi ai ranghi degli estremisti violenti. Solo l’inclusione può farlo, e deve includere quanto segue:

1 – Nessun paese colpito direttamente o indirettamente dall’estremismo violento può permettersi di essere prodigo di parole e avaro di fondi. Probabilmente, non c’è nulla di più importante di mettere insieme una sostanziosa somma di denaro e risorse umane per far fronte a questa sfida senza precedenti, qualunque sia il costo finale e per tutto il tempo necessario.

2 – Adottare una nuova narrativa pubblica usando un modo strategico di comunicare utilizzando ogni social media disponibile per smentire gli estremisti con i fatti. I funzionari governativi devono evitare le prediche ma utilizzare argomentazioni morali, e affrontare la percezione che le nazioni occidentali stiano assalendo i musulmani, che porta i giovani a cercare giustizia tramite la violenza.

3 – Sviluppare servizi sociali che presentino i giovani musulmani al resto della comunità dei coetani occidentali e cominciare quel processo di integrazione che gli consente di sviluppare un interesse nel riempire il vuoto sociale, economico e politico che sentono.

4 – Invitare voci credibili e rispettabili dal mondo islamico (i quali finora hanno fatto poco per screditare i messaggi degli estremisti) per insegnare che non c’è gloria nella morte, che unirsi a questi gruppi violenti non fa che rafforzare il circolo vizioso dell’odio e della distruzione, e che non c’è martirio nelle loro insensate immolazioni.

5 – Incoraggiare i giovani musulmani a unirsi ad attività sportive e creare opportunità attraverso cui possano mostrare i propri talenti e la propria capacità di eccellere, e allo stesso tempo sostenere coloro che cercano di stabilire la propria identità sociale e di essere riconosciuti.

6 – Evitare che le prigioni diventano incubatrici di terroristi riabilitando i detenuti attraverso programmi sociali, istruzione, formazione professionale e assegnando loro responsabilità all’interno del carcere; quasi l’80 per cento dei detenuti che hanno beneficiato di questi programmi nelle prigioni saudite, egiziane e yemeniti sono stati riabilitati e sono divenuti dei modelli che gli altri detenuti possono emulare.

7 – Incoraggiare il desiderio dei giovani musulmani di partecipare in gruppi di discussione politica locali e di prendere parte ai cambiamenti positivi per avanzare gli interessi delle loro comunità, migliorando così la loro autostima e prevenendo la stagnazione intellettuale. Nelle parole di Bertrand Russell: “La maggior parte delle persone preferiscono morire che pensare. E infatti muoiono”.

8 – Sviluppare programmi di scambio internazionale per mostrare ai giovani musulmani cosa succede nelle altre comunità, le aree di progresso sociale ed economico, e le nuove idee e le innovazioni che possono essere d’aiuto alle loro famiglie e comunità.

L’integrazione è un processo a lungo termine, e può non esserci alcuno gratifica immediata, ma nessun paese può permettersi di aspettare, dato che l’integrazione può azzerare i costi proibitivi in termini di sangue versato e denaro adesso e più in là, che sono il risultato di un altro attacco terroristico.

Il fallimento non è un’opzione perché le conseguenze sarebbero catastrofiche. Un costante stato d’allarme, emergenze e terrorismo diventerebbero l’ordinario, perseguitando le democrazie occidentali e destabilizzando violentemente il Medio Oriente per i decenni a venire.

— Analisi di Alon Ben-Meir, professore di relazioni internazionali ed esperto di Medio Oriente alla New York University

— Traduzione a cura di Paola Lepori