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Salvarsi dalla depressione post partum
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Salvarsi dalla depressione post partum

Una commissione di esperti statunitensi ha pubblicato uno studio che invita gli stati a rendere obbligatori test per la diagnosi

27 Gen. 2016

Tutte le donne dovrebbero essere sottoposte ad uno screening per la depressione durante la gravidanza e dopo la nascita dei figli. A suggerire il trattamento, che prevede dei test per individuare i sintomi e permettere di avviare subito le cure adatte, è una commissione di esperti nominata dal dipartimento della salute e dei servizi sociali del governo degli Stati Uniti.

La raccomandazione, pubblicata sulla rivista Jama, arriva in un periodo in cui sono attive numerose ricerche sulla depressione materna, malattia molto più comune di quanto si pensasse in passato e spesso sottovalutata o ignorata. In molti casi, quella che è definita depressione post partum in realtà può iniziare durante la gravidanza e se non è adeguatamente curata può essere dannosa, oltre che per le madri, per il benessere dei neonati.

Per anni medici, ostetrici, medici e infermieri non sono stati adeguatamente formati per diagnosticare casi del genere, o dopo la diagnosi non erano attrezzati per le cure. A questo si aggiunge il fatto che nella maggior dei casi, molte donne sono riluttanti a condividere i loro sintomi con i medici. 

Nessun medico ad esempio, aveva capito in tempo di cosa soffrisse Melissa Maes, una giovane mamma trentenne di The Dalles, in Oregon, che dopo la nascita del suo primo figlio, Brady, ha sperimentato depressione, ansia e disturbo ossessivo-compulsivo, senza però capire a cosa fossero dovute.

Melissa piangeva ogni giorno, era sempre inquieta e ansiosa, usciva di casa raramente ed era spaventata a morte dall’idea che suo figlio potesse soffocare. “Ma non è meraviglioso? – mi chiedevano tutti dopo il parto – ma io mi sentivo come se stessi morendo dentro e non lo dicevo per paura di quello che la gente potesse pensare di me”, ha raccontato Melissa al New York Times.

Dopo un anno Melissa è entrata in cura da uno psichiatra. Quando il suo secondo figlio Emmet è nato e lei ha ricominciato ad avere gli stessi sintomi, ha iniziato a provare vari farmaci, fino a quando ne ha trovato uno che ha funzionato.

Adesso Melissa è volontaria del PostPartum Support International per dare sostegno a chi come lei anni prima si trova nella sua stessa situazione e non sa dare un nome a quello che le succede. 

Lo studio della commissione non specifica quali medici devono seguire i pazienti affetti da depressione materna e con quale frequenza. Secondo il dottor Pignone, professore alla University of North Carolina e a Chapel Hill, tra gli esperti del gruppo, a fare lo screening deve essere chiunque abbia in cura le madri, chiedendosi qual è il modo migliore per affrontare il caso specifico.

Tra i metodi di screening che la commissione ha indicato come efficaci, c’è un test di dieci domande, l’Edinburgh Postnatal Depression Scale valido nei casi di depressione materna. Tra le cure invece viene indicata la psicoterapia cognitiva comportamentale e l’assunzione di determinati farmaci, che non hanno effetti collaterali sul feto.  

Fino a dieci anni fa si pensava che lo screening per la depressione materna avrebbe portato più danni che benefici, ha spiegato Wendy N. Davis, il direttore esecutivo del Postpartum Support International, perché si temeva che le donne potessero addirittura impaurirsi ancora di più.

L’unico stato in cui lo screening è attualmente obbligatorio è il New Jersey, mentre un’altra decina di stati, tra cui New York, hanno leggi che incoraggiano questo tipo di test. Anche il sindaco di New York, Bill de Blasio, ha affermato di recente di essere convinto che sia fondamentale che lo screening diventi una cura di routine. 

Dello screening per la depressione avrebbe potuto trarre beneficio Jenna Zalk Berendzen, una donna quarantenne di Cedar Falls, in Iowa. Durante la sua prima gravidanza, nonostante stesse studiando per diventare infermiera e avesse conoscenze mediche, ha dovuto affrontare la depressione post partum senza voler ammettere di esserne affetta.

Una settimana dopo aver partorito suo figlio Maxwell, voleva togliersi la vita, e mentre il bambino e il marito dormivano, stava per prendere tutte insieme 15 pillole diverse. “Volevo morire. Le cose non miglioreranno mai”, si diceva. Alla fine Jenna ha trovato una cura efficace.

Nel 2014 è rimasta incinta per la seconda volta di suo figlio Samuel, ma questa volta senza essere affetta da nessun sintomo della depressione. Adesso Jenna lavora nel reparto di ginecologia dell’UnityPoint Health in Waterloo, in Iowa, dove dall’anno scorso è iniziato un programma per lo screening di tutte le donne incinte.

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