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Come è nata Heroes

La storia di uno dei pezzi-simbolo del cantautore britannico David Bowie

Immagine di copertina

Heroes è stata scritta a Berlino, alla fine degli anni Settanta, nel tempo e nel luogo in cui le storie del mondo si davano appuntamento, e la musica cresceva rigogliosa a ridosso di un muro.

La scena rock si nutriva del passaggio di artisti inglesi, che lì emigravano quando Londra iniziava a essere occupata dalle avanguardie progressive, come quella dei Pink Floyd.

È a Berlino che David Bowie, di ritorno dagli Stati Uniti, incontra Brian Eno e Iggy Pop, con cui condivide un appartamento a Schoneberg, a ovest della città.

Gli studi dove registravano i loro pezzi, gli Hansa Studio, affacciavano su un tratto del celebre muro, da cui probabilmente Bowie ed Eno trovarono ispirazione per comporre Heroes.

Immaginano due amanti stare al fianco del muro, con i fucili che sparano sulle loro teste, baciarsi come se niente fosse:

“I can remember/standing by the wall/and the guns shot above our heads/and we kiss/as though nothing could fall”

Piuttosto che di un amore romantico, Heroes parla di una rivoluzione. Che, diversamente da quelle del tempo, non avveniva da un lato o dall’altro del muro, ma sotto di esso. 

Era il 1977, in Occidente i movimenti di protesta si stavano adattando a eventi e scenari diversi da quelli che li avevano animati fino ad allora.

Negli Stati Uniti la cultura hippie stava tramontando insieme alla fine della guerra in Vietnam, in Italia i moti studenteschi erano implosi sotto i colpi degli attentati e delle stragi di piazza.

A oriente la rivoluzione culturale cinese si rivelava un tentativo di reprimere il cambiamento e si concludeva insieme alla morte di Mao.

A Berlino, al centro del mondo diviso, Heroes parlava di una sfida a quel mondo che invece poteva essere vinta per sempre, rendendo i suoi autori eroi, ma solo per un giorno.

“Oh we can beat them/for ever and ever/Then we can be heroes/just for one day”

Di un amore eterno e insieme fugace, ma non occasionale, né effimero. Di un’eternità che in quella fugacità si compiva, e che esisteva anche se, o forse proprio perché, circoscritta.

Qui il video del pezzo, nella sua versione integrale apparsa sull’album omonimo del 1977.