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La vita di un infiltrato tra i trafficanti di armi radioattive

Costantin Malic è un poliziotto moldavo inserito nel programma del Paese per annientare il mercato nero dei materiali radioattivi tra Europa dell’est e Isis

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“Dicono che se ci saranno imprevisti ci faranno mettere in fila contro il muro e ci spareranno”.

Costantin Malic aveva 27 anni quando è stato inserito nel programma della polizia moldava per individuare il mercato nero del materiale radioattivo venduto dai contrabbandieri dell’Europa dell’est ai terroristi mediorientali. Tra gli elementi smerciati c’erano plutonio, uranio e cesio, usati dai terroristi per la fabbricazione delle cosiddette bombe sporche, che attraverso esplosivi comuni spargono scorie provenienti da centri nucleari o rifiuti chimici ospedalieri. A Malic spettava il compito più pericoloso: quello di fingersi l’acquirente dei materiali tossici, incontrando i mediatori.

L’agenzia internazionale Associated Press è riuscita a intervistarlo in esclusiva, dopo che le autorità moldave hanno scelto di concedere l’accesso ai fascicoli investigativi ai media per diffondere la notizia del traffico internazionale di materiale nucleare e per far capire al mondo la gravità della situazione.

Malic ha iniziato la propria missione nel 2009, quando ancora riteneva di non avere l’esperienza necessaria per svolgere l’incarico che gli avevano attribuito. Prima degli incontri con i venditori di uranio e cesio, i materiali radioattivi con cui si fabbricano le bombe nucleari e le armi chimiche, beveva un bicchiere di vodka per stendere i nervi.

Non poteva portare armi con sé, durante i suoi faccia a faccia con i trafficanti, e il rischio per la sua incolumità era ancora più alto perché doveva indossare microfoni per registrare le conversazioni. Per limitare le possibilità che lo scoprissero, la polizia aveva acquistato indumenti speciali, dove le ricetrasmittenti erano nascoste nella maglia del tessuto, difficilmente individuabili anche nel caso di perquisizione.

Malic, inizialmente, nemmeno sapeva cosa fosse l’uranio e con candore racconta durante la sua intervista che cercò il termine sul motore di ricerca di Google.

Dopo poco tempo dall’inizio del suo nuovo incarico, arrivò la prima telefonata di un informatore, che annunciava di essere stato contattato da un venditore di uranio. Durante l’incontro, il trafficante diede a Malic un campione dell’elemento chimico, che secondo gli investigatori proveniva dal reattore nucleare di Chernobyl. L’agente di polizia non sapeva i rischi che stava correndo, maneggiando un materiale altamente tossico e tornò alla sede operativa trasportando il campione sul sedile passeggero della sua automobile. Al termine delle investigazioni su quel primo caso, il 20 agosto 2010, furono tre le persone poste sotto arresto, anche grazie all’intervento di Malic.

Quando per la seconda volta ricevette la telefonata dell’informatore, Malic si rese conto di essere di fronte a un caso decisamente più complicato rispetto al precedente. I capi dell’organizzazione criminale sembravano irraggiungibili, nascosti dietro i loro mediatori. L’ulteriore elemento di novità era rappresentato dall’insistenza da parte del venditore sul fatto che l’acquirente finale sarebbe dovuto essere un nemico dell’America. “Continuava a ripetere che chi comprava il plutonio doveva essere un membro dell’Isis”, racconta Malic. Il trafficante sostenne di possedere grandissime quantità di materiale radioattivo e che avrebbe venduto a 32 milioni di dollari al chilo. Quando Malic gli comunicò di essere interessato a dieci chilogrammi, un quinto del quantitativo usato per Hiroshima, il venditore non si oppose all’offerta. Per dimostrare la propria disponibilità e serietà, inoltre, il trafficante regalò una provetta piena di plutonio, dal valore di diverse migliaia di dollari, all’agente sotto copertura.

Il terzo incontro con i trafficanti di materiale radioattivo fu per Malic con una donna, Galina, la moglie di Alexandr Agheenco, detto il colonnello. Agheenco, con la doppia nazionalità russa e ucraina, viveva in Moldavia per poter condurre più liberamente i propri traffici illegali. Durante l’incontro, la donna venne arrestata, ma né il colonnello né il suo principale assistente furono presi dalla polizia. I due riuscirono a scappare nell’autoproclamata repubblica di Transistria, nell’est della Moldavia, dove le forze dell’ordine moldave non avevano l’autorità per arrestarli. L’azione sotto copertura era stata rovinata dagli agenti che avevano il compito di rimanere vicini alla zona dell’incontro e intervenire in caso ci fossero difficoltà, che avevano fatto irruzione sul luogo del faccia a faccia quando il colonnello ancora non era presente.

Quando per la quarta volta, a metà del 2014, l’informatore chiamò Malic, le operazioni erano passate sotto la direzione dell’Fbi, quindi degli Stati Uniti, e l’agente moldavo si offrì volontario per lavorare sotto copertura. Il luogo scelto dai trafficanti era la terrazza del Cocos Prive, una discoteca e sushi bar di tendenza di Chisinau, la capitale moldava. Il venditore era Valentin Grossu, che a sua volta riceveva il cesio da un’ex spia sovietica dell’Fsb – l’agenzia di spionaggio erede del Kgb – conosciuta per la sua brutalità e mancanza di scrupoli. Furono necessari 20 incontri con alcuni mediatori perché Grossu si convincesse di star trattando la vendita con l’Isis. Quando fu arrestato insieme ad altri due uomini, il 20 febbraio 2015, non c’erano tracce dell’ex spia dell’Fsb.

Quando Malic, il 28 maggio, ricevette un’onorificenza dell’FBI per il suo lavoro, la sua squadra non esisteva più perché era stata sciolta in seguito a lotte intestine nella polizia moldava e a cambiamenti politici nel Paese.