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Proteggere la foresta Amazzonica con arco, frecce e gps

La storia dei Ka'apor, i guardiani della foresta che - abbandonati dallo stato - proteggono l'Amazzonia dai commercianti illegali di legname

Immagine di copertina

Si fanno chiamare Guardiani della foresta e sono circa 2.200, armati di archi, frecce e spade, ma anche di gps e videocamere.

Abitano nel nord del Brasile, nello stato federato del Maranhão, a 400 chilometri di distanza dal capoluogo São Luís.

I Ka’apor sono una comunità indigena che risiede da secoli nella Foresta Amazzonica e che dal 2011 combatte una lotta in solitaria per difendere il proprio territorio dai commercianti illegali di legname, i quali trovano nelle risorse naturali dell’Amazzonia una ricca fonte di guadagno.

Per fare questo, la tribù unisce le tradizionali armi – per lo più archi, frecce e spade – con localizzatori gps e videocamere nascoste che individuano le aree dove i taglialegna illegali perpetrano i loro crimini.

L’inviato del quotidiano britannico The Guardian Jonathan Watts è volato in Brasile per vedere come questi uomini combattono la loro personale lotta contro lo sfruttamento incondizionato dell’Amazzonia portato avanti da contrabbandieri e commercianti illegali.

A 11 ore di auto da São Luís sorge Jaxipuxirenda, uno degli otto campi che i Ka’apor hanno allestito nel cuore della foresta per contrastare le attività dei taglialegna. Qui c’è solo qualche capanna di paglia e delle amache su cui dormire: non c’è elettricità, impianti satellitari, negozi o ambulatori medici come nei villaggi intorno alla foresta.

Gli uomini di Jaxipuxirenda sono però combattivi e determinati nel proprio obiettivo. Grazie ai gps e alle telecamere che nascondono tra gli alberi, riescono a localizzare i taglialegna e a fermare le loro azioni illecite. “Siamo costretti a usare la violenza, lo stato ci ha abbandonati e non possiamo permettere che il nostro territorio venga venduto per degli affari privati”, così spiega uno degli uomini del villaggio.

Quando vengono catturati, i trafficanti sono ammoniti una prima volta di non tornare mai più. Quelli che decidono di ignorare l’avvertimento vengono presi, legati, spogliati, picchiati e viene dato fuoco ai loro camion.

L’attività dei Guardiani è molto pericolosa. Dal 2011 già quattro membri della tribù sono stati uccisi e molti altri hanno ricevuto minacce di morte. Il governo brasiliano si è pronunciato in merito dicendo che spetta alle forze di polizia ufficiali monitorare le attività illecite, e non alle milizie che si fanno giustizia da sé.

I Ka’apor lamentano però di essere stati abbandonati a loro stessi e anzi spesso denunciano le attività di ufficiali della polizia collusi con i trafficanti di legname, i quali spesso si vedono concedere autorizzazioni per deforestare la regione.

L’Alto Turiaçu – la provincia in cui vivono gli indigeni – è grande il triplo di Londra e contiene la metà della Foresta Amazzonica presente nel Maranhão. Negli ultimi anni l’estensione della foresta è diminuita dell’8 per cento nello stato, e i Guardiani della foresta non tollerano che questo numero cresca ancora.

Di fronte alle misure dello stato, giudicate insufficienti, i Ka’apor hanno allora deciso di lanciare un appello di aiuto ai media e alle Ong internazionali per far conoscere la loro condizione anche al di fuori del Paese.

Per questo gruppo indigeno il respingimento dei trafficanti non si tratta quindi solamente di un lavoro, ma di una vera e propria questione di identità e sopravvivenza, da cui tutto l’ecosistema potrà trarre beneficio.