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Gli ex soldati che vogliono tornare in Iraq

Dopo la presa di Mosul, alcuni veterani americani si sono organizzati per andare a combattere contro l’Isis

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Quando ha sentito la notizia alla radio, Jake, 24 anni di cui quattro passati nell’esercito, ha avuto un attimo di sconforto. “Stiamo abbandonando l’Iraq al suo destino”, ha pensato. Quindi ha preso le chiavi dell’auto e ha guidato per una ventina di chilometri. Destinazione: l’ufficio di reclutamento vicino al suo paese in Arkansas.

La strada è la stessa che ha fatto sei anni prima quando ha deciso di arruolarsi per la prima volta. “Voglio tornare in Iraq, assegnatemi alla mia vecchia unità di fanteria”, ha spiegato Jake, che preferisce l’anonimato, non appena è stato ricevuto nella stanza. Ma l’ufficiale davanti a lui è stato lapidario: “Non c’è posto. Torna a casa”.

Era il 7 giugno del 2014. La città irachena di Mosul era appena caduta nelle mani dell’Isis – l’esercito dello Stato Islamico – e tra il milione e mezzo di soldati che dal 2008 al 2011 è stato impegnato in Iraq è cresciuto un senso di irrequietezza e ansia. Dolore e disperazione. Perché per molti di loro questo è un incubo che diventa realtà.

Quelle immagini dei combattenti con in mano armi americane (lasciate all’esercito del Paese dopo il ritiro delle truppe nel 2011) mentre attaccano i villaggi, vengono interpretate come il diretto fallimento dell’operazione “Iraqi Freedom”. Molti soldati sono rimasti in contatto con molte persone in Iraq: interpreti, colleghi, poliziotti.

E oggi li chiamano per chiedere aiuto, vogliono che tornino a combattere l’esercito islamico. “Non possiamo lasciare che attacchino i civili, dobbiamo proteggerli. Così disonoriamo i nostri fratelli che hanno pagato il prezzo più alto”, ha spiegato Jake facendo riferimento ai 4.486 soldati americani morti in otto anni e mezzo di guerra.

Così l’ex militare ha deciso di fondare un gruppo su Facebook, US Veteran Militia, e ha sparso la voce: “Chi è interessato a tornare in Iraq?”. Secondo lui in centinaia hanno risposto all’appello. E sulla bacheca del gruppo in molti hanno postato le foto di quando erano in servizio e hanno scritto: “Vogliamo andare a combattere”.

Jake, con alcuni soci, sta cercando di costituire una compagnia militare privata che doveva essere finanziata dal governo iracheno. In altre parole mercenari. Il 2 luglio Jake con altri due colleghi ha incontrato a Washington il personale dell’ambasciata irachena. E da quel momento sono rimasti in contatto, anche se con la caduta del premier Nouri al-Maliki lo scenario potrebbe cambiare. Tra gli ostacoli da superare anche il Dipartimento di Stato americano che potrebbe impedirgli di partire, per non ritrovarsi con una grana politica. A maggior ragione ora che il presidente americano Barack Obama ha dato il via libera a raid aerei e a spedizioni di armi al Governo Regionale del Kurdistan.

U.S. Veteran Militia non è un caso isolato. Tanti veterani vorrebbero tornare indietro per sentirsi di nuovo utili, fare parte di un gruppo e avere uno scopo. Le immagini dell’Esercito Islamico per le strade irachene vengono anche percepite come il simbolo di una sconfitta e alcuni soldati subiscono un contraccolpo psicologico. Al ritorno dall’Iraq al 20 per cento dei soldati viene diagnosticata la sindrome da stress post-traumatico (PTSD).

“È normale che vogliano tornare ora, sentono che il lavoro nel Paese non è finito”, ha raccontato Kevin Reeder, direttore del programma per la cura e lo studio del PTSD in Arkansas presso il dipartimento dei veterani. Il medico ha poi aggiunto che il nuovo conflitto iracheno rischia di essere una bomba a orologeria per qualcuno tra i suoi pazienti. “Alcuni di loro sentono che gli sforzi, gli anni passati lontani dalla famiglia, sono stati inutili e questo li fa soffrire enormemente”. Il medico ha poi spiegato che la parte più dura per un veterano è quella del reintegro nella società.

A maggior ragione in una società che vede come il fumo negli occhi la guerra cominciata nel 2003. Secondo un ultimo sondaggio, condotto dalla NBC, il 71 per cento degli americani crede che non ne sia valsa la pena. Questo sentimento, cresciuto negli anni, riflette anche il pensiero di molti ex militari. “No che non ero d’accordo con l’occupazione in Iraq. Quando ho scoperto di doverci andare ho comunque onorato la mia promessa e ho fatto tutto al massimo delle mie possibilità”, ha spiegato Andrew Bartholomew, 24 anni californiano, ex marine e oggi studente alla Columbia University di New York con il sogno di lavorare nella finanza.


Andrew ha la faccia da bravo ragazzo, capelli biondi e occhi chiari. Si veste alla moda e del suo passato nell’esercito rimangono i tatuaggi sulle braccia. Come molti altri della sua generazione si è arruolato nei Marines subito dopo aver finito il liceo, sull’onda emotiva scatenata dall’11 settembre. Nei suoi quattro anni di contratto, è stato una volta in Iraq e due in Afghanistan. Secondo lui, uno dei problemi principali è stato che la missione non è mai stata chiara.

“Non si è mai capito che cosa volessimo ottenere quando abbiamo cominciato l’occupazione”, e oggi che l’Iraq è nel caos ne sente il peso della responsabilità anche se non tornerebbe mai indietro. Lui, al contrario di tanti altri, sembra essersi ambientato nella sua nuova vita. “Il giorno dopo che sono tornato dall’Afghanistan sono partito per New York. Ho avuto la fortuna di entrare nella squadra di canottaggio di Columbia”, trovando una nuova “famiglia”. Un nuovo senso di appartenenza. E ha detto basta alla vita militare, si va avanti.

“Se mi sono reintegrato? No. A volte faccio davvero fatica ad avere relazioni con le persone. Non mi capiscono e io non capisco gli altri. Mi sento sprecato, non sfruttano il mio talento. E, soprattutto, mi mancano i miei fratelli, la mia squadra”, ha raccontato Derek Gannon, 39 anni di cui 12 nelle forze speciali come paramedico. Sono passati cinque anni da quando ha lasciato i Berretti Verdi e ora è consulente in una clinica di anziani.

“Nell’esercito ti senti utile, hai una missione. Provi ad aiutare le persone, cerchi di fare del bene combattendo criminali, assassini e terroristi. So che molti nel mondo non la vedono così ma c’è una forte componente ideologica e libertaria nell’esercito”. Quando un soldato torna a casa rimane il vuoto e un senso di frustrazione enorme. Ed è per questo che anche Derek, se ne avesse la possibilità, tornerebbe in Iraq, ma non come mercenario o combattente. “Vorrei fare corsi ai militari iracheni su come si salvano le vite su un campo di battaglia”.

Micheal Small, 29 anni, veterano del corpo dei Marines, doveva andare in Kurdistan per insegnare l’inglese. Ma a metà giugno il viaggio è stato annullato per motivi di sicurezza. “È un vero peccato”, ha raccontato davanti a una tazza di caffè e un torta al cioccolato. Ha appena finito un allenamento di pugilato a Chinatown con altri veterani. Parla dell’Iraq e quando sente nominare US Veteran Militia non è sorpreso. Affatto.

Ha lasciato l’esercito cinque anni fa perché “mi ero innamorato e volevo sposarla, ma non ha funzionato”. Quindi si è messo a studiare l’arabo. Grazie al G.I. Bill, pensato dal presidente Franklin Delano Roosevelt dopo la Seconda Guerra Mondiale, che dà la possibilità ai veterani, dopo quattro anni di servizio, di studiare nelle università americane. Paga la difesa. Lui ha scelto la Columbia per il dipartimento degli studi sul Medio Oriente. “Sarò il primo della mia famiglia a essere laureato”, ha raccontato con una nota di orgoglio.

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Ma anche per lui rimane il sogno di tornare indietro, si è pentito di non aver continuato dopo i primi quattro anni. Solo nel 2014 ben 54mila soldati hanno deciso di non congedarsi. Ma, una volta lasciato l’esercito, ritornare è molto difficile e con i tagli del Pentagono pressoché impossibile. E la prima conseguenza è un mercato rigoglioso di compagnie militari private che assumono ex militari.

Queste compagnie, la più famosa delle quali è l’Academi, già Blackwater fondata dall’ex Navy Seal Erik Prince, hanno regole di ingaggio molto differenti a seconda dello stato per cui lavorano e non sempre Washington può intervenire. Sono cavilli giudiziari. Quelli su cui Jake e soci stanno puntando per costituire la loro società e tornare in Iraq. “Siamo pronti a combattere e per farlo faremo di tutto”.

Benedetta Argentieri è una reporter italiana, in passato ha lavorato a Mediaset e al Corriere della Sera. Ha studiato giornalismo politico alla Columbia University. Attualmente vive e lavora a New York come freelance: scrive per il Corriere della Sera e altri media internazionali.