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L’Isis ha distrutto un’importante statua di Palmyra

L'Unesco denuncia che l'Isis non solo sta distruggendo preziosi reperti archeologici, ma li sta anche rubando e contrabbandando su scala industriale

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I miliziani dell‘Isis stanno distruggendo e saccheggiando antichi siti archeologici in Siria e in Iraq. I reperti rubati sono poi rivenduti a trafficanti che lavorano come intermediari nel mercato nero dell’arte e dell’antiquariato.

Secondo Irina Bokova, direttrice dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco), i furti di reperti da parte dell’Isis si stanno verificando “su scala industriale”.

Almeno un quinto dei 10mila siti archeologici iracheni è – o è stato – sotto il controllo dell’Isis: molti di questi siti sono stati saccheggiati e ce ne sono migliaia di altri a rischio.

Alcuni luoghi sono così danneggiati che ormai non sono più di alcun valore per gli storici e per gli archeologi, ha denunciato l’Unesco

Il 2 luglio l’Isis ha diffuso alcune fotografie che mostrano i suoi miliziani intenti a distruggere importanti statue rubate dal sito archeologico di Palmyra, patrimonio dell’umanità dell’Unesco che si trova nella Siria centrale.

I miliziani hanno conquistato Palmyra il 21 maggio del 2015, facendo esplodere diversi templi circostanti ma lasciando intatte la maggior parte delle rovine.

Il direttore dell’antiquariato e dei musei in Siria, Maamoin Abdelkarim, ha detto che i miliziani dell’Isis hanno distrutto anche la statua nota come “il leone di Alat“, che si trovava davanti al museo di Palmyra e che fu ritrovata presso il tempio di Alat.

Era alta tre metri, pesava 15 tonnellate e risaliva a duemila anni fa.

“Per le sue dimensioni e il suo valore, è la statua più importante che sia stata distrutta dall’Isis in Siria”, ha detto Abdelkarim.

Le razzie nei siti archeologici hanno raggiunto un livello senza precedenti nella storia contemporanea: “La distruzione deliberata dei reperti non solo sta continuando, ma sta avvenendo in modo sistematico”, dice Bokova

Attaccando i siti archeologici, l’Isis da una parte cerca di distruggere le radici culturali delle terre che conquista, dall’altra grazie ai reperti trovati e contrabbandati riesce ad avere un’ulteriore fonte di finanziamento. 

Secondo alcune testimonianze riportate da Bokova, alcuni miliziani dell’Isis pagano i contadini locali per scavare nei siti archeologici e trovare reperti da vendere sul mercato nero.