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Vivere nella città dei morti al Cairo

Così poveri da non poter andare a vivere altrove, in centinaia di migliaia popolano il cimitero musulmano più antico del Cairo

Immagine di copertina

“È molto pericoloso entrare se non conosci nessuno”, mi avvisa Boushy, un ragazzo di trent’anni che si vanta di conoscere ogni angolo segreto del Cairo. “La città dei morti è piena di delinquenti”.

Nel deserto ai piedi delle colline Muqattam nel sudest del Cairo, sorge un’antica necropoli risalente alla conquista islamica del settimo secolo.

Cupole e minareti di moschee medievali si ergono sopra meandri di strade sterrate fiancheggiate da mausolei. L’estrema povertà di una parte dei 12 milioni di abitanti del Cairo ha costretto centinaia di migliaia di persone a andare a vivere all’interno di questo cimitero, el-Arafa, nella cosiddetta “città dei morti”.

Statistiche non ufficiali suggeriscono la presenza di quasi un milione e mezzo di persone al suo interno.

In un Paese come l’Egitto, dove secondo Der Spiegel il 40 percento della popolazione vive con meno di 1 euro e 50 al giorno, abitare in una delle numerose baraccopoli del Cairo è diventato addirittura un lusso per molte persone.

Tra le mura di un mausoleo e l’altro, una corda consumata dal tempo fatica a sostenere il peso dei vestiti di una ragazzina.

I rumori del traffico incessante del Cairo sono scomparsi. Si sentono le risate dei bambini che corrono scalzi tra le tombe, il rumore di un cucchiaio che gira dentro una tazza di tè caldo. Echeggia il canto di un muezzin.

L’acqua corrente non c’è. Come non c’è neanche l’elettricità nella maggior parte di queste “case”.

All’inizio c’erano solo i guardiani dei mausolei, che con il permesso della famiglia, curavano le tombe in loro assenza in cambio di alloggio.

Lentamente, un numero sempre più alto di persone ha iniziato a migrare qui. Chi perché non riusciva a trovare abitazioni a prezzi accessibili, chi perché non aveva un lavoro, chi perché aveva perso la casa nel terremoto del 1992 e chi invece, come nel caso di criminali e spacciatori, cercava semplicemente un posto dove nessuno sarebbe venuto a cercarlo.

Un ragazzo molto socievole detto “el-qerd”, ovvero la scimmia, ci invita a prendere il tè con la sua famiglia. Dice che lavora per il governo ma non ci vuole dire il suo vero nome perché si vergogna di abitare in queste condizioni.

Boushy, il ragazzo egiziano che mi ha accompagnato qui, è preoccupato per me. “La scimmia” ci rassicura. “Siamo poveri, ma non cattivi”.

Sua moglie mi prepara il tè e mentre lo prendo in mano guardo la loro figlia. “Jamila”, dico timidamente. Significa bella.

I suoi capelli sono arruffati. Avrà circa quattro anni. Non vedo nessun giocattolo nelle vicinanze e forse è per questo che lei si accontenta di una caraffa di plastica che trova per terra. La moglie mi sorride.

La casa non sarà più grande di qualche metro quadrato. Chiedo alla “scimmia” se ci sono tombe dentro la loro casa. Mi risponde che ci hanno costruito sopra, visto che erano abbandonate e nessuno le è venuto a visitare da molti anni a questa parte.

La parete a cui sono appoggiata nel cortile di fronte alla loro casa però, fa parte delle mura del mausoleo di una famiglia.

“Lo vuoi vedere?”, mi chiede la proprietaria di casa. Annuisco. Mi accompagnano al cancello che si trova proprio di fronte all’ingresso di una moschea situata accanto alla loro casa. La moglie si guarda intorno e raccoglie una pietra.

Sfonda il lucchetto e sua figlia corre dentro e si mette a giocare, entusiasta di aver guadagnato quei due metri di libertà in più. La seguo. È proprio una tomba. L’idea mi inquieta un po’, ma nella cultura egiziana il culto dei morti risale all’epoca delle piramidi.

La vicinanza ai morti gli ricorda costantemente il loro essere mortale. Li avvicina a Dio e alla spiritualità.

Chiedo se è un problema che abbiamo sfondato l’ingresso. “Ma no”, mi risponde ridendo la donna. “Domani verrà qualcuno e metterà un nuovo lucchetto”.

Funziona così nella città dei morti. I guardiani non ufficiali di alcune tombe cambiano continuamente i lucchetti e costringono i famigliari dei defunti a pagarli per poter visitare la tomba.

“Poverini”, li giustifica la “scimmia”, “non hanno altre opzioni”. Oltre sei chilometri di tombe e mausolei divisi in vari quartieri, di cui alcuni più urbanizzati di altri, e migliaia di persone che ci vivono dimenticate dal resto del mondo.

La “scimmia” ha uno sguardo triste. “Per il governo, siamo già morti anche noi”.