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Israele verso le elezioni

Dopo lo scioglimento del parlamento voluto dal premier Netanyahu, i partiti si preparano alle elezioni anticipate del 17 marzo

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Lo scorso otto dicembre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sciolto il governo.

La stragrande maggioranza della Knesset, il Parlamento, ha votato a favore della dissoluzione con 93 voti a favore e nessun contrario. Lo stesso giorno è stata fissata la data delle elezioni anticipate, il 17 marzo.

A scatenare la crisi di governo è stato il profondo disaccordo all’interno della maggioranza riguardo una proposta di legge emanata dal partito centrista Kadima (fondato nel 2005 da Ariel Sharon) che definirebbe Israele come stato della nazione ebraica.

In pratica, la legge della Torah diventerebbe la base di tutto il sistema legale Israeliano. Il Paese sarebbe “ebraico” prima che “democratico”.

La natura controversa di questa bozza di legge, in un Paese in cui il 20 per cento della popolazione è arabo, ha spaccato definitivamente un governo già provato dal conflitto a Gaza della scorsa estate.

Prima di sciogliere la Knesset, Netanyahu ha sollevato dai propri incarichi il ministro della Giustizia Tzipi Livni e quello della Finanza Yair Lapid, accusandoli di aver tentato di rovesciare lui stesso e il governo.

Israele si è ritrovato improvvisamente in pieno clima elettorale, dopo che il terzo governo Netanyahu è crollato in poco più di un anno.

I temi della campagna sono molti e controversi: dai problemi sulla sicurezza alla questione palestinese, passando per le nuove questioni dell’isolamento internazionale (molti Paesi europei stanno votando per il riconoscimento della Palestina come stato) e della stessa identità nazionale.

Il Likud, il partito di centro-destra di Netanyahu, deciderà chi concorrerà come leader con delle elezioni primarie che si tengono oggi 31 dicembre. I candidati sono l’ex primo ministro Netanyahu – che di recente è stato accusato di aver usato i soldi del partito per finanziare la propria campagna –  e l’ex vice-ministro della Difesa Danny Danon.

Qualunque sia il risultato, il Likud concorrerà per il Parlamento insieme al partito HaBayit HaYehudi, d’ispirazione nazionalista e ortodossa. Il suo leader, Naftali Bennett, ex ministro dell’Economia, è considerato uno dei politici israeliani più influenti – e più estremisti – del Paese, nonché uno dei migliori comunicatori degli ultimi anni.

L’alleanza tra i due partiti rappresenta una decisa virata verso destra per il Likud. La coalizione sostiene la politica del “pugno di ferro” nei confronti della questione palestinese, appoggiando un’ulteriore espansione degli insediamenti israeliani verso est.

La coalizione di centro-sinistra è formata dal Partito dei Lavoratori, con a capo il leader dell’opposizione Isaac Herzog, e Hatnuah, il partito progressista dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni.

I due alleati si presentano come l’alternativa sionista a una destra “estremista e alienata”. Il partito Hatnuah, in particolare, sostiene una politica di dialogo con i palestinesi.

Il partito laico e nazionalista Yisrael Beiteinu, che rappresenta storicamente gli israeliani originari dell’ex blocco sovietico, non concorrerà con Netanyahu come alle scorse elezioni. Il suo leader Avigdor Lieberman, ex ministro degli Esteri, ha deciso di allearsi con il nuovo partito Kulanu, fondato il 27 novembre da Moshe Kahlon.

Si tratta di un ex membro del Likud che ha fortemente criticato le politiche socio-economiche di Netanyahu. Questa coalizione propone la soluzione dei due stati per porre fine al conflitto palestinese.

I partiti Balad, Hadash e Ra’am-Ta’al, che rappresentano gli arabi israeliani, concorreranno insieme per le elezioni. Sono fortemente impegnati contro il riconoscimento d’Israele come “nazione ebraica”.

Secondo un sondaggio condotto il 10 dicembre dall’università di Tel Aviv, la coalizione di centro-sinistra potrebbe ottenere 23 posti in Parlamento contro i 22 del centro-destra. Habayit Hayehudi ne otterrebbe 15, Kulanu 13, Yisrael Beiteinu 11, mentre la lista dei partiti arabi 5.

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