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Cacciati per salvare le foreste

Tribù indigene allontanate dalle terre d'origine perché accusate di contaminare la natura selvaggia

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Milioni di indigeni vengono sfrattati dalle terre che abitano da migliaia di anni in nome della conservazione dei territori.

Le associazioni per la salvaguardia di foreste o di animali in via di estinzione ritengono che la presenza di esseri umani nelle aree protette non sia “naturale” perché cacciano, costruiscono insediamenti e coltivano la terra, contaminando così il paesaggio e compromettendo la crescita selvaggia di flora e fauna. Gli indigeni diventano così inquilini sgraditi e quindi, con la forza, vengono costretti ad abbandonare i villaggi.

A denunciare il paradosso delle cosiddette campagne per la conservazione è Survival International, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. L’organizzazione chiama in causa associazioni come il Wwf e The Nature Conservancy che non tengono conto del “costo umano” dei loro interventi. L’ultimo rapporto, Parks Need Peoples, presentato a Sidney in occasione del Congresso mondiale sui parchi, parla di milioni di abitanti, dall’Africa all’Asia, cacciati dalle loro terre d’origine. 

Gli indigeni vengono accusati di bracconaggio perché cacciano per procurarsi cibo. Gli abitanti dei villaggi che riescono a rimanere nelle loro case devono imparare a convivere con le “squadre” per la tutela di flora e fauna, pronte ad arrestare chiunque trovino nelle foreste a procurarsi legna o a cercare animali nelle zone vietate.

Eppure, dopo decine di generazioni, molte delle tribù indigene hanno imparato a vivere in armonia con il territorio: ne conoscono i bisogni e ne sono diventati i custodi. La loro presenza, poi, ha scoraggiato la costruzione di fabbriche o di grandi centri turistici. Dal rapporto diffuso da Survival International emerge che sono invece le parti disabitate quelle che sono più a rischio deforestazione, dal momento che – non essendo controllate – il taglio selvaggio degli alberi avviene indisturbato.

Un esempio concreto dell’inutile sacrificio degli indigeni sono il parco di Yosemite in California, di Yellowstone nel Wyoming e il Serengeti nel nord della Tanzania. Terre vergini e selvagge, un tempo abitate da tribù che sono state poi sfrattate in nome della natura incontaminata. Oggi queste terre hanno ceduto a turismo di massa e alle strutture ad esso connesse.

Il rapporto Parks Need Peoples si è concentrato su alcuni casi di abusi recenti, come quello dei Pigmei Baka in Camerun, dei Boscimani in Botswana e dei popoli tribali in India, dove si tenta di salvaguardare le tigri.

(Nella foto: una donna della tribù dei Baka. Ha subito maltrattamenti dagli agenti che pattugliavano la zona protetta)

Nel sudest del Camerun sono state create aree protette (diventate parchi naturali) nella zona abitata dalle comunità Baka. Le guardie forestali, spesso con l’aiuto di personale armato, impediscono agli indigeni di cacciare e passare per le foreste. Nel 2013 la commissione per i diritti umani del Paese ha denunciato violenze e torture su uomini e donne delle tribù che avevano cacciato nelle zone proibite.

(Nella foto: Xoroxloo Duxee è morta per disidratazione nel 2005; era una dei molti Boscimani che riuscirono a restare nella riserva resistendo agli sfratti. Il governo tagliò tutti gli accessi all’acqua)

La tribù dei Boscimani, in Botswana, è storicamente conosciuta come una comunità dedita alla caccia. L’attività, però, confligge con le regole imposte dalle associazioni che promuovono la conservazione della fauna sul territorio. La corte suprema dello Stato aveva stabilito che il loro diritto a cacciare nella riserva andasse tutelato. Nonostante questo, la guardia forestale non ha mai smesso di trattare i Boscimani come bracconieri comuni. Gli ultimi rapporti della Survival International parlano di torture cominciate negli anni ’90 e mai interrotte.

Il popolo tribale indiano dei Baiga è stato cacciato dal villaggio quando è stata costituita la Riserva delle tigri di Kanha. Questi hanno vissuto per anni nella paura di essere sfrattati per la costruzione dell’ennesima struttura turistica. Poi il timore è diventato realtà. Ora, i Baiga per sopravvivere non possono far altro che lavorare per gli alberghi che sono sorti intorno all’area protetta. Se vengono scoperti a procurarsi legna nella Riserva rischiano multe o pestaggi.