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Sono liberiana, non un virus
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Sono liberiana, non un virus

Alcune donne liberiane hanno lanciato una campagna contro chi le associa all'Ebola solo perchè vengono dalla Liberia

29 Ott. 2014

Il virus Ebola ha causato più di 10mila contagi finora, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Secondo le ultime stime ufficiali rilasciate dall’Oms, complessivamente le vittime sarebbero 4,922.

Di queste, oltre la metà – 2.700 circa – sono morte in Liberia. Delle tre nazioni dell’Africa occidentale che sono state colpite in maniera più violenta dal virus, Sierra Leone, Guinea e Liberia, quest’ultimo è il Paese che ha avuto più vittime.

Molti liberiani sono fuggiti dal Paese e alcuni di loro che sono emigrati, specialmente negli Stati Uniti, sono diventati vittime di quella che molti stanno chiamando “una discriminazione basata sulla paura di ciò che non conosciamo”.

Anche le popolazioni provenienti dalla Sierra Leone e dalla Guinea stanno affrontando una situazione simile.

Due settimane fa, Shoana Solomon e altre tre donne liberiane hanno lanciato la campagna “Sono una liberiana, non un virus”, che è rapidamente divenuta molto popolare in rete.

Il loro obiettivo era quello di porre fine a questo tipo di discriminazione e di inviare un messaggio importante: che i liberiani, e chiunque viva nei Paesi colpiti dalla malattia, sono prima di tutto esseri umani.

La reporter di Al Jazeera Pryianka Gupta ha parlato con Shoana della sua campagna online, e della profonda storia personale che l’ha portata a lanciarla. Pubblichiamo in esclusiva in Italia la sua intervista

(Nella foto qui sotto, Shoana Solomon)

D: A livello personale, Shoana, cosa l’ha spinta a lanciare questa campagna?

R: Era il primo giorno di scuola di mia figlia. Lei è tornata a casa e io le ho chiesto: “Come è andato il tuo primo giorno?”. Lei mi ha risposto, “C’è stata una bambina che è venuta da me e mi ha detto: ‘Tu vieni dalla Liberia. Hai quella malattia’”.

Quello è stato l’inizio.

I genitori devono essere delicati quando parlano di Ebola davanti ai bambini. È un virus che fa molta, molta paura, ma dobbiamo essere coscienti di quello che i nostri bambini ci sentono dire.

Sì, veniamo dalla Liberia, dalla Sierra Leone, ma siamo esseri umani prima di tutto. L’altra cosa è l’istruzione. Non troverai mai qualcuno con l’Ebola seduto accanto a te in un centro commerciale che ride e si diverte. Se la persona è contagiosa, starà molto, molto male.

D: Shoana, che impatto ha avuto la vicenda che ha appena descritto su di lei e sulla sua bambina?

R: Penso che abbia accentuato la consapevolezza di quanto già era sotto i nostri occhi. Mia figlia e io ne abbiamo parlato. Alcuni bambini non sono mai stati in Liberia, ma sono nati da genitori liberiani che hanno vissuto esperienze simili e che sono stati oggetto di discriminazioni.

Le discriminazioni hanno luogo in tutto il mondo. Ci sono anche africani contro altri africani.

Ci sono molti liberiani che hanno lasciato il loro Paese a causa dell’Ebola e che ora non hanno più una casa. Vengono ospitati dai parenti, dormono a casa di qualcun altro, o sul pavimento di qualcun altro.

D: Shoana, secondo lei di che tipo di discriminazione si tratta?

R: È una discriminazione che si fonda sulla paura, soprattuto per ciò che non conosciamo. Del tipo, “Non voglio essere associato a te o a nessuno del tuo Paese”.

Ci sono persone che dicono: “Siete stati voi a portare il virus qui”. Io gli rispondo: “Secondo voi ci siamo portati il virus da soli?”.

D: Shoana, qual è la causa di questa paura o paranoia?

R: Non do la colpa a nessuno per la discriminazione. È inevitabile che succeda, specialmente quando la gente non si prende il tempo necessario per istruirsi sulla realtà dei fatti. Radio e televisione stanno bombardando le nostre case con notizie sull’Ebola ogni minuto. I servizi vengono accompagnati da musiche drammatiche e immagini paurose. Le persone ascoltano tutto quello che ha a che fare con il numero di morti, ma non fanno attenzione a come si contrae effettivamente il virus.

Priyanka Gupta è una reporter di Al Jazeera, la sua intervista è stata pubblicata qui.

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