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Arrestati per finto matrimonio gay
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Arrestati per finto matrimonio gay

In Egitto 7 giovani rischiano una pena massima di 17 anni in carcere per aver filmato uno scherzo tra amici

24 Set. 2014

Diciassette anni di galera per uno scherzo tra amici. È questa la pena massima che rischiano 7 giovani, dopo avere diffuso il video di un finto matrimonio gay organizzato su una delle tante barche usate dagli egiziani per fare festa sul Nilo.

Il processo è iniziato il 23 settembre e potrebbe essere l’ennesimo episodio di repressione nei confronti degli omosessuali nel Paese. Secondo Human Rights Watch, i ragazzi arrestati sarebbero addirittura stati “esaminati fisicamente” per verificare che non sia avvenuta alcuna penetrazione, attraverso una procedura umiliante che era stata già descritta da una persona fermata nel 2004 e sospettata di aver avuto rapporti omosessuali.

Prima della rivoluzione la repressione degli omosessuali in Egitto è stata una sequenza discontinua di periodi di estrema durezza e di relativa tolleranza. L’episodio più noto è quello dell’arresto di 52 ragazzi che si divertivano su una barca in mezzo al Nilo nel 2001.L’accusa era di “corruzione abituale” e “condotta oscena” in base all’articolo 9C della legge 10 del 1961 che punisce la prostituzione.

Da quel momento la lotta contro l’omosessualità si era fatta sempre più violenta e meno prevedibile, come quando nel 2003 la polizia aveva deciso di fermare 62 persone sul ponte di Qasr Al Nil, uno dei ritrovi principali di una parte della comunità gay cairota.

Dopo la rivoluzione la repressione sembrava essersi fermata, ma pochi giorni fa è bastato un video virale su Youtube perché riprendessero gli arresti di persone gay e transgender, come succedeva ai tempi di Mubarak. Secondo alcuni attivisti sarebbero addirittura 80 le persone fermate dal 2013 ad oggi.

L’assurdità dell’arresto ha però provocato una reazione diversa dal passato in Egitto, visto che diversi liberali hanno criticato la decisione dei giudici ed è addirittura partita una campagna su twitter per denunciare le condizioni della comunità LGBT nel Paese, alla quale hanno aderito molte persone.

Una scelta rischiosa, visto che recentemente è stato diffuso un documento del Governo che rivelerebbe l’esistenza di un piano del Governo per controllare i social network ed individuare (e forse incriminare) gli omosessuali presenti nel Paese.

Poco prima dell’arresto, Il protagonista del video aveva inoltre telefonato a una trasmissione televisiva per dire che si trattava di uno scherzo tra amici, ma non è bastato. D’altronde è difficile rivelare pubblicamente di essere gay in Egitto, dove un sondaggio della PEW Research rivela che il 95% delle persone ritiene che l’omosessualità non possa essere accettata.

La legge di questo Paese non si interessa esplicitamente delle vita sentimentale dei suoi cittadini, ma è sufficiente che una persona riveli l’orientamento sessuale di qualcun’altro a un poliziotto per passare fino a 17 anni in prigione con l’accusa di comportamenti contrari alla morale pubblica, come è successo a un ragazzo che aveva creato un profilo su un sito per incontri tra gay nel 2004.

Gli omosessuali in Egitto hanno spesso problemi molto concreti. Durante il mio periodo di vita al Cairo, molti di loro mi hanno spiegato che prima di fare “coming out” è necessario avere abbastanza soldi per andarsene di casa e affittare un appartamento malridotto in compagnia di qualche occidentale o studente egiziano.

Bisogna inoltre essere consapevoli che non ci sarà mai più la famiglia a sostenerti, tranne qualche busta passata di nascosto dalla mamma, visto che quasi nessuno vuole vivere con il disonore di avere un figlio o una figlia omosessuale. Così tanti decidono di sposarsi per salvare le apparenze, come racconta questa canzone del gruppo libanese “Mashrou Leila” sulla sofferenza di un ragazzo abbandonato dal suo compagno a causa di un matrimonio di copertura. 

Sono stati loro a farmi capire che per parlare di omosessualità al Cairo è necessario anche raccontare la quotidianità di chi vive tra le pieghe di una società schizofrenica e di una legge troppo severa per essere rispettata. È spesso un problema di soldi e di amore, di famiglie assenti e di contraddizioni e perciò non basta elencare le punizioni esemplari di una legge repressiva, ma è anche importante raccontare la vita quotidiana di chi è più preoccupato di non riuscire a pagare l’affitto che di dover sfuggire all’arresto della polizia.

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