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Un piano contro gli zombie
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Un piano contro gli zombie

Il Pentagono non teme una Zombie Apocalypse, ma questa rappresenta un caso d'emergenza di estrema criticità

20 Mag. 2014

È stato Gordon Lubold, giornalista specializzato in national security di “Foreign Policy”, a rivelare per primo l’esistenza di un “piano” del Pentagono per far fronte all’emergenza zombie, e subito è partito il caso mediatico.

Ma come ha subito chiarito il capitano della Marina Pamela Kunze (portavoce dello United States Sentencing Commission), altro non è che un modello ipotetico per scopi tattici: una sorta di esercitazione.

Tuttavia, l’interesse si è focalizzato più sulla bizzarria della notizia e sulle citazioni di “The Walking Dead” che sul significato del piano, che a tutti gli effetti è meno fantascientifico di quel che sembri.

CONPLAN 8888 (questo il nome in codice, più noto come “Counter Zombie Dominance”), non è segretato ed è stato studiato tra il 2009 e il 2010 dall’U.S. Strategic Command di Omaha, in Nebraska.

Nella scelta del contesto Zombie Apocalypse c’è stato un duplice intento. Da un lato un senso molto pratico: un espediente per evitare che l’accurata pianificazione potesse finire in futuri fraintendimenti. Tanto per capirci, se al posto degli zombie ci fossero stati i nigeriani o gli afghani a rappresentare la minaccia biologica, la rivelazione avrebbe creato imbarazzo diplomatico.

Dall’altro nella definizione dell’irrealistico scenario si sintetizza la sua utilità. L’esercito americano non teme di fatto un’invasione zombie, ma questa rappresenta un caso d’emergenza di estrema criticità. Fa da paradigma a qualcosa di ancora peggiore di un attacco terroristico: qualcosa simile a un’offensiva di terroristi infettati da virus letali o muniti di armi batteriologiche. Situazione contro cui tutelare la sicurezza dei cittadini, tanto con controffensiva militare che con piani di protezione civile.

Parallelamente allo sviluppo di sistemi gestionali sempre più progrediti e articolati come questo, procede in campo militare anche la ricerca tecnologica – che spesso in passato ha fatto da prodromo all’applicazione in ambiti civili, anche in ottica di riduzione dei costi. Sempre continuando il paradigma della fantascienza, lo sviluppo di un cannone laser, per esempio, può rientrare in questa categoria.

Entro il 2014 la US Navy installerà sulla “USS Ponce”, base galleggiante nel Golfo Persico, il nuovo sistema di fuoco: la tecnologia simile alla spade di “Guerre Stellari” è stata ribattezzata LaWS (Laser Weapon System) e permetterà di fare fuoco con estrema precisione su obiettivi di piccola entità come motoscafi o velivoli, che dovessero riuscire a penetrare entro il raggio degli armamenti classici.

Si tratterà di un laser solido e sarà più preciso delle altre armi in dotazione: ma soprattutto sarà meno costoso. Il prezzo di un normale missile sparato da una nave da guerra, si aggira intorno al milione di dollari. Il LaWS permette di colpire con raggi laser invisibili al costo della sola corrente elettrica per produrli, vale a dire 30 kW di elettricità, che tradotto equivale a pochi dollari.

Andrà affinato perché ha problemi di funzionamento in caso di maltempo, ma gli sviluppatori del Naval Sea Systems Command, ne parlano come di un’importante innovazione. Infatti, la dosatura del raggio permetterà anche attacchi diretti ai sistemi elettronici, oppure a porzioni specifiche dei veicoli nemici (il motore per esempio), risparmiando tra l’altro danni collaterali come morti e feriti.

L’asimmetria dei campi di battaglia e il continuo complicarsi degli scenari di rischio, sta spostando l’attenzione del settore Difesa, verso nuove ricerche, apparentemente bizzarre e fantascientifiche, in parte controverse.

Tra queste, può rientrare il reclutamento di una piccola unità di macachi da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo: i militari cinesi, li useranno per proteggere dagli uccelli una base aerea nel nord.

Il capitano che sul sito di news della China Air Force ha raccontato del nuovo contingente, ha ammesso che il problema dei volatili intorno alle piste (che infilandosi nei motori possono far precipitare gli aerei) era diventato insostenibile: tra trappole, spaventapasseri e reti, era stato provato di tutto senza successo. I macachi, opportunamente addestrati, sono invece in grado di salire ovunque, rompendo i nidi sugli alberi e attaccando gli uccelli.

L’uso degli animali in campi militare non è nuovo e rientra a pieno titolo nelle attività di ricerca e sviluppo, seppur con le contraddizioni evidenziate dalle associazioni ambientaliste.

Tempo fa si era tornati a parlare dei delfini-soldato ucraini, protagonisti del programma per l’individuazione delle mine galleggianti che Kiev aveva messo sotto segreto, finiti nei media mainstream perché parte del contingente che la Russia si è portato in casa dopo l’annessione della Crimea.

Così come recentemente si è molto parlato di uno dei super preparati cani da guerra americani, dopo che i talebani pakistani lo hanno mostrato in un video come prigioniero militare.

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