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Le prove dei crimini di guerra

Documenti e fotografie provano la tortura e l'uccisione sistematica di 11 mila detenuti ad opera del regime di Assad

Immagine di copertina

Il suo nome in codice è Cesare e per anni ha lavorato come fotografo della polizia militare in Siria. Dopo lo scoppio della guerra, il suo compito consisteva nel documentare la morte dei detenuti, cosa che lui sostiene di aver fatto, fotografando almeno 50 corpi al giorno. A un certo punto ha deciso di disertare, lasciando la Siria e raccontando di ciò che ha visto e fotografato.

Sulla base delle 55 mila fotografie fornite da Cesare, tre procuratori di fama internazionale che hanno in precedenza lavorato presso i tribunali speciali nell’ex Jugoslavia e nella Sierra Leone hanno stilato un rapporto pubblicato dal Guardian e dalla Cnn in un’esclusiva congiunta.

Il rapporto costituirebbe la prova diretta della tortura e della sistematica l’uccisione da parte del regime del presidente siriano Bashar al-Assad di circa 11 mila detenuti tra marzo 2011 e agosto 2013.

Secondo quanto riportato dalla Cnn la maggior parte delle vittime erano uomini di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Le immagini, la cui autenticità non è ancora stata verificata da esperti indipendenti, mostrano i corpi di prigionieri lasciati morire di fame, che recano segni di percosse brutali o altre forme di tortura. Alcuni sono privi di occhi, altri mostrano segni di strangolamento o elettroshock.

Gli autori del rapporto hanno sottolineato che il fatto che tutti i corpi siano stati fotografati suggerisce fortemente che le uccisioni fossero sistematiche, ordinate e sotto il controllo dei vertici militari. Uno dei procuratori, David Crane, ha parlato di “omicidi su scala industriale”, mentre il suo collega, Desmond De Silva, ha paragonato le immagini raccolte alle fotografie dei sopravvissuti all’Olocausto. “Queste foto possono andare a sostegno dell’accusa di crimini contro l’umanità – senza ombra di dubbio” ha detto De Silva.

Secondo quanto riportato dal Guardian le fotografie consentivano l’emissione dei certificati di morte senza che le famiglie dovessero vedere il corpo, evitando in tal modo che le autorità dovessero dare conto della scomparsa dei prigionieri. Ai parenti infatti veniva detto che la morte era sopravvenuta a causa di un attacco di cuore o di problemi respiratori.

Durante i tre anni di guerra civile, Damasco ha sempre negato le accuse di violazioni dei diritti umani, e ha ritenuto gruppi di terroristi responsabili per le violenze denunciate dagli attivisti.

Poiché la Siria non è un membro della Corte penale internazionale, l’unico modo per far valere le accuse sarebbe attraverso un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questa prospettiva appare tuttavia improbabile al momento, a causa del probabile veto della Russia, sostenitrice del regime di Assad. Qualora però la Corte dovesse assumere il caso della Siria in futuro, questo rapporto fornirebbe sicuramente elementi utili.