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Anniversario di violenza

Uno stupro. Una condanna a morte. 12 mesi di proteste. Ma ancora molto deve essere fatto contro la violenza sulle donne in India

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È passato un anno da quando una ragazza di 23 anni è stata stuprata e uccisa su un autobus di Delhi da un gruppo di 6 uomini. Era il 16 dicembre del 2012.

Negli ultimi vent’anni i casi di violenza sulle done sono raddoppiati e Delhi si è guadagnata il triste titolo di capitale mondiale degli stupri (uno ogni 18 ore, 706 stupri denunciati nel 2012 nella sola capitale e1036 nei primi otto mesi del 2013), eppure lo stupro del 16 dicembre 2012 è stato diverso. Forse per la sua efferata brutalità, forse perché è avvenuto in una zona “bene” di Delhi , ma soprattutto per la risposta della società civile che, stanca e frustrata, è scesa in piazza a far sentire la propria voce.

Al grido “hang the rapist” e “we want justice”, la protesta, dilagata in ogni angolo del Paese, ha preso i toni di un duro attacco al Partito del Congresso, alla polizia e alla società indiana, dominata da una mentalità patriarcale e maschilista. I manifestanti chiedevano vendetta per un crimine che è stato in grado di squarciare il velo di omertà e vergogna che in India soffoca questi reati; invocavano una risposta dura e univoca dalle istituzioni ma, soprattutto, leggi più stringenti in materia di stupro.

Prim’ancora della morte della ragazza, avvenuta il 29 dicembre in un ospedale di Singapore, il governo si era affrettato a nominare una commissione di giustizia presieduta da J.S. Verma, ex-presidente della Corte Suprema indiana, incaricato di emendare il Codice Penale in materia di violenza sulle donne. Sono così state introdotte diverse nuove misure che arrivano a prevedere anche la pena capitale.

Dopo otto mesi di processo, il 13 settembre scorso, quattro dei sei imputati sono stati accusati di omicidio, stupro di gruppo, sequestro di persona e condannati a morte per impiccagione. L’unico minorenne all’epoca dei fatti è stato condannato a tre anni di riformatorio. Il principale imputato, Ram Singh, si è impiccato nella sua cella nel carcere di massima sicurezza di Tihar lo scorso marzo.

I quattro sono in attesa di appello all’Alta Corte. Potrebbero volerci anni, ma la sentenza è stata accolta con uno scroscio di applausi, come se la condanna a morte dei colpevoli ponesse fine alla questione delle violenze in India.

E ora che giustizia (sommaria) è fatta, si è placato il vivace botta e risposta che ha animato il dibattito tra i conservatori, che deplorano il decadimento morale della società indiana puntando il dito contro l’occidentalizzazione, e chi invece invoca maggiori diritti e libertà individuali per le donne.

Che l’India abbia un problema con le sue donne era chiaro anche prima di quel 16 dicembre: gli aborti selettivi, l’abbandono, l’uccisione o l’incuria riservate alle figlie femmine sono tra le cause principali della disuguaglianza tra sessi in India, dove la tradizione della dote (fuorilegge dal 1961) implica onerosi costi per la famiglia della futura sposa. Terreno fertile per il proliferare di una cultura che accetta discriminazioni e violenze contro le donne.

Sulla base di queste considerazioni, l’”eve-teasing”- termine con il quale in India ci si riferisce comunemente allo stupro, alludendo alla natura tentatrice di Eva – assume il suo significato più scoraggiante.

L’ultimo caso di abuso sessuale di alto profilo, che ha visto incriminato il direttore della rivista investigativa Tehelka (la stessa che aveva condotto un’inchiesta sulla polizia e sulla loro attitudine verso le vittime di stupro), dimostra che discriminazioni e violenze di genere non riguardano solo le classi più povere.

In un Paese in cui gli uomini venerano divinità maschili quanto femminili, ma accettano abusi e discriminazioni, poco sembra essere davvero cambiato in quest’ultimo anno.

Certo, la coscienza delle donne, dei propri diritti e libertà, non è più schiacciata sotto il peso della vergogna o della colpa; ma è la società intorno che deve mutare, essere educata al rispetto. Per questo il 16 dicembre, a un anno dallo stupro di Delhi, dopo mesi di proteste, le strade della capitale si sono riempite di nuovo di gente, per ricordare all’India che ha ancora molta strada da percorrere.