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Cristiani di Siria

Scappano perché non sono musulmani. Rimpiangono Assad. Per i cristiani siriani i ribelli sono il male

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«Yallah! Forza ragazzo!» dice Ziad, un giovane uomo sulla trentina che parla inglese con un forte accento arabo. Mi trascina attraverso i vicoli caotici della parte vecchia di Antiochia, Turchia, a 50 chilometri dal confine con la Siria. Ci facciamo strada fra macchine che sfrecciano ad alta velocità, donne avvolte nei loro hijab e bambini che giocano. Poi finalmente raggiungiamo il cancello di un palazzo. «Forza ragazzo, entra! Jacques ci sta aspettando dentro.»

Ziad è un ex soldatodell’esercito di Bashar al-Assad. Ha disertato dopo essersi rifiutato di prendere parte a un’offensiva contro i ribelli, a Damasco. Una volta passato il confine turcosi è unito ai 600mila profughi siriani attualmente all’interno del paese.

Ma Ziad è anche e soprattutto un cattolico, membro di una minoranza che conta meno di 400mila persone in Siria. I cristiani sono due milioni e rappresentano il 10 per cento della popolazione siriana. Alcuni di loro parlano ancora l’aramaico, la lingua di Gesù Cristo.

Nella Siria di oggi, martoriata dalla guerra civile, queste minoranze sono coinvolte nei furibondiscontri tra i militari di Assad e i ribelli dell’opposizione. Quelli nei pressi della città di Maloula, nel sud-ovest della Siria, considerata cuore della cristianità, sono prova di una crescente tensione settaria.

A inizio settembre, dopo essersi rifiutati di convertirsi all’Islam, almeno dieci cristiani sono stati giustiziati dai miliziani del fronte jihadista Jabhat al-Nusra, che stava tentando di prendere la città. Il tutto mentre le cupole delle chiese diventavano bersagli per le postazioni di mortaio dei ribelli.

Si stima che a Maaloula l’intera popolazione cristiana sia ormai fuggita. È una tendenza presente in tutto il paese. Il 60 per cento dei cristiani siriani si sarebbe stabilito oltreconfine, secondo il quotidiano britannico “The Independent”.

Ho incontrato Ziad nella chiesa cattolica di Antiochia. Pochi minuti dopo stavamo camminando spediti verso la casa di Jacques, che come Ziad, è un rifugiato cristiano.

«Non potevo tornare a casa a causa di al-Qaeda,» mi racconta Jacques, che viene da Latakia, nel nord della Siria, a 200 chilometri da Aleppo. In aprile, dopo una delle numerose schermaglie tra esercito e resistenza, ha deciso di passare il confine con la Turchia, lasciando moglie e figli con i suoi genitori.

Dal 2011, l’esercito e l’opposizione hanno combattuto senza sosta, contendendosi ogni centimetro della città, che è il principale porto siriano e un avamposto cruciale per l’approvvigionamento delle truppe lealiste.

A gennaio, i ribelli dell’Esercito Siriano Libero (Esl) hanno attaccato Latakia, saccheggiando una moschea sciita e due chiese cristiane. All’inizio di agosto, anche i jihadisti di Jabhat al-Nusra hanno fatto irruzione nella città, assediandola a bordo di carri armati con bandiere nere recanti la shahada, la professione di fede musulmana.

Man mano che i ribelli avanzavano le persone hanno lasciato la periferia di Latakia per riversarvi nel centro, raccontaJacques. «Hanno distrutto i villaggi attorno alla città e hanno saccheggiato una chiesa, » dice. Secondo un rapporto stilato da Human Rights Watch all’inizio di ottobre, 200 persone sono state massacrate nel corso dell’assedio. Si trattava principalmente di Alawiti e Cristiani, accusati di sostenere il regime di Assad. «Sono il male. Sono al-Qaeda,» è la risposta che Jaques continua a darmi, «Ci odiano. Odiano i cristiani che vivono li.»

Mentre parliamo, un telegiornale turco sta trasmettendo un servizio sui 5mila rifugiati siriani che ogni giorno fuggono in Iraq. La situazione turca è altrettanto grave. Il governo di Ankara ha stimato la presenza di 600mila rifugiati residenti nei campi. Altri 400mila, senza documenti, sono scappati nelle città di confine come Antiochia. Jacques è uno di loro.

Una notte, pagando un autista 6mila lire turche per passare il confine, è riuscito a evitare la polizia di frontiera turca. «Non potevo andare in un campo profughi,» spiega mostrando il proprio passaporto senza timbro e senza visto. «Devo mandare dei soldi alla mia famiglia e sopravvivere qui ad Antiochia.» Jacques ha due lavori sottopagati, come orafo e come carpentiere. «Nei campi non puoi lavorare. Ti limiti a mangiare e a pregare.» Inoltre non sono luoghi sempre sicuri per i cristiani. Nel 2013, il governo turco ha deciso di costruire una struttura riservata ai rifugiati cristiani, tradizionalmente pro-Assad, per impedire che venissero perseguitati dai musulmani sunniti. «In questi giorni è più semplice essere musulmano che cattolico,» dice Jacques.

Durante tutta la conversazione, Jacques e Ziad non hanno mai condannato Assad. «Prima della guerra, grazie a Bashar, eravamo liberi di andare in chiesa, di pregare e stare al sicuro,» racconta Jacques. «Adesso, nél’Esercito Siriano Libero né Jabhat al-Nusra ci stanno proteggendo. Sono entrambi il male.

Sotto la dittatura di Assad, alle minoranze cristiane veniva garantito il diritto di professare la propria religione. Un diritto che le brigate islamiste non stanno difendendo. Per molti la tolleranza religiosa del regime è più allettante dei piani dell’opposizione per la futura Siria.

Una volta finito di parlare con Jacques, Ziad insiste perché incontri altri due suoi conoscenti: Corc e Gorge, entrambi cattolici. La famiglia di Corc è turca da almeno duemila anni, mi racconta con fierezza. Sta dando rifugio a George, che è scappato dalla violenza di Aleppo, sua città natale. George ha ottenuto un visto per la Turchia per assistere al matrimonio di suo nipote, e non è più tornato indietro.

«Io li chiamo i cani siriani liberi! E se fosse per Jabhat al-Nusra le nostre donne porterebbero l’hijab adesso!» esordisce George quando gli chiedo cosa pensa dei ribelli.

Aleppo, proprio come Latakia, è contesa dai ribelli e dall’esercito. Gli scontri spesso invocano un tributo di sangue civile. Scopro che i quartieri cristiani di Sulaimanie, Siryan e Azizieh, per una qualche coincidenza, si trovano sull’asse che fa da fronte negli scontri tra esercito e ribelli. Secondo resoconti non ufficiali, l’ESL ha distrutto due chiese esplodendo quattro colpi di mortaio sul quartiere cristiano di Sulaimanie, dove George viveva. «Uccidono persone ogni singolo giorno,» racconta indignato. Gli abitanti si sono ritrovati tra due fuochi e sono stati costretti a fuggire. Circa 100mila cristiani sono rimasti ad Aleppo, meno della metà rispetto a prima della guerra.

George e Corc non risparmiano le critiche alle brigate paramilitari che combattono il regime. «Hafez [al-Assad] e suo figlio Bashar hanno reso la Siria un grande Paese,» dice Corc mentre parliamo fuori dal suo negozio di parrucchiere, al piano terra di un condominio.

Ben presto la conversazione con i due si trasforma nell’apologia di “Bashar”. Entrambi sostengono che prima dell’inizio della guerra non c’era alcuna minaccia all’incolumità dei cristiani. Per Corc e George, Assad è un grande leader, soprattutto perché «i cristiani sono la sua priorità. Adesso non siamo più al sicuro, » come spiega George.

Proprio in quel momento vogliono che fotografi qualcosa. Mi portano nel retro del loro negozio, dove un sacco è appoggiato al muro. «L’abbiamo comprato per 18 lireturche, » mi spiega George. Si tratta di 50 chili di zucchero, una parte delle forniture alimentari che il governo turco manda regolarmente oltre la frontiera in supporto ai rifugiati siriani. La guerra non fa differenze tra musulmani o cristiani, dentro o fuori il paese.

«L’Esercito Siriano Libero ha preso parte delle forniture alimentari e le ha riportate in Turchia per poi rivenderle.»

La guerra continua, e la resistenza ha i propri metodi per finanziarsi. «I ribelli sono dei criminali. Rubano ai poveri per arricchirsi. Le persone ad Aleppo hanno bisogno di acqua e carburante. Hanno rubato tutto – si lascia andare George – Ecco perché sono dei cani. Cani!»

Gli aiuti umanitari internazionali e la benzina, acquistata in Siria e rivenduta al doppio in Turchia, sono la merce più pregiata su cui i ribelli possano mettere le mani. Con l’arrivo dell’inverno e la confisca degli aiuti, il destino dei rifugiati – cristiani o musulmani, fuori o dentro la Siria – rimane drammatico.