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La lenta morte del Mar Morto

Si sta consumando un disastro ambientale, ma risolverlo costa troppo

Immagine di copertina

Il Mar Morto si sta prosciugando, causando un crollo netto dei livelli di acqua salata e lasciando più spazio ad acqua dolce capace di erodere il sale. È un processo inesorabile che avviene nel sottosuolo, sul versante israeliano, e che sta portando all’apertura di gigantesche foibe capaci di ingoiare tutto e tutti.

I primi crateri apparvero nel 1980. Dieci anni più tardi, il numero di foibe salì a quaranta. Oggi siamo arrivati a più di tremila crateri. Tutti in Israele. Qui, l’interazione tra acqua salata e acqua dolce è un fenomeno formidabile, perché il suolo è rafforzato da uno spesso strato di sale e, quando l’acqua dolce riesce a eroderlo, il terreno crolla.

Non è un fenomeno prevedibile, può accadere ovunque, come sa bene il geologo Eli Raz, che studia questo fenomeno da quarant’anni e non ha dubbi: “Tutto questo accade a causa dell’irresponsabilità umana – ha detto Raz. Ho cercato di mettere in guardia tutti, soprattutto i funzionari del governo, che se non facciamo qualcosa per la situazione del Mar Morto le foibe ci inghiottiranno.”

Non scherza, Eli Raz, che stava per pagare con la pelle l’irresponsabilità generale: era un giorno qualunque di dieci anni fa e il geologo si trovava nella zona di Ein Gedi, sulle rive del Mar Morto. Un rombo minaccioso lo distrasse e un buco gigantesco sotto i suoi piedi lo inghiottì nel profondo della terra.

“Stavo cadendo – continua – giù, sempre più giù, nel profondo. Pensavo che sarei finito sepolto vivo, poi istintivamente ho iniziato a scavare verso l’alto e mi resi conto che ero fortunato, perché ero atterrato su una sorta di sporgenza. Riuscivo a respirare e, quando le acque si calmarono, riuscii anche a vedere la luce del sole. Non cercai di arrampicarmi perché avrei fatto crollare tutto, e allora scattai delle fotografie e scrissi alla mia famiglia, in attesa che qualcuno venisse a salvarmi.”

Eli Raz scrisse per un giorno intero. Utilizzò della carta che aveva a disposizione e, finita quella, consumò un rotolo di carta igienica. Venne trovato 27 metri sotto il livello del terreno, solo 14 ore dopo.

Il Mar Morto è sopravvissuto, in tutti questi millenni, grazie ad alcuni equilibri naturali che regolano l’affluenza di acqua dolce dal fiume Giordano e l’evaporazione dell’acqua (che nei periodi più torridi raggiunge anche 120 gradi). Ma negli ultimi anni, Paesi come la Siria e il Libano hanno sfruttato aggressivamente il fiume Giordano e tutti i suoi affluenti. Risultato? Il Mar Morto si sta prosciugando, il livello sta crollando alla velocità di tre metri l’anno e la riva è sempre più lontana.

Per evitare una catastrofe bisogna dar vita a un massiccio progetto di opere pubbliche su scala internazionale. Si è pensato di ricostruire il Mar Morto con le acque del Mar Rosso, a sud di Israele. Magari con la creazione di un canale che colleghi i due mari. In effetti, nel 1977, il governo israeliano nominò un comitato ufficiale per sviluppare un progetto del genere, ma poi non se ne fece nulla.

Nel 2002 l’idea fu riproposta, e Israele e Giordania si rivolsero alla Banca Mondiale per un’analisi del progetto. Dopo più di dieci anni, nel 2013, la Banca Mondiale ha stabilito che per realizzare il progetto bisognerebbe investire fra i 15 e i 17 miliardi di dollari. Inoltre, esiste il rischio che, dopo l’impresa, il costo dell’acqua dissalata in Giordania schizzi così in alto che servirebbero laute sovvenzioni del governo per fornire acqua potabile alla popolazione.

Insomma, i costi, non solo economici, sono troppo alti. 

Purtroppo il Mar Morto non è completamente sotto la giurisdizione di una sola nazione e la causa dei suoi mali deve essere attribuita a una cerchia di Stati. Le tensioni politiche rallentano la burocrazia e la soluzione del problema è complicata da tensioni geopolitiche e conflitti. A oggi, certamente, è stata scelta la soluzione peggiore: non fare nulla.