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Dopo la Cina

Le multinazionali stanno progressivamente abbandonando la Cina, in favore di Paesi più poveri e più redditizi

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Nokia, Siemens, Foxconn e Bmw trasferiscono le operazioni a Chennai, in India. L’Adidas chiude il suo ultimo investimento nel manifatturiero in Cina, Starbucks fa rientro negli Stati Uniti. Bolivia, Ecuador, Vietnam e Indonesia diventano Paesi sempre più invitanti per diverse multinazionali.

Come sistema ormai è assodato, il capitalismo va sempre dove la povertà si vende meglio. Manodopera a basso costo e lavoro precario sono la principale attrattiva per la produzione mondiale che punta alla massimizzazione dei profitti.

Ma i luoghi d’approdo dei capitali non sono mai gli stessi per troppo tempo: gli investimenti cambiano direzione ogni volta che si scoprono terre più vantaggiose in cui sfruttare la forza lavoro.

Pensare che esistano parti del mondo in cui investire sia più redditizio che in Cina, sembra oggi quasi una follia. I minimi salariali che si raggiungono in questo Paese, noto tra le altre cose per lo stacanovismo dei suoi abitanti, ne hanno fatto un baluardo della convenienza e della produttività.

Già da qualche anno, però, i cosiddetti “mercati di frontiera” iniziano a stimolare più della Cina l’appetito dei grandi produttori. Si tratta di Paesi che si trovano in una fase di sviluppo ancora precedente a quella delle economie emergenti, sono in genere molto piccoli ma hanno possibilità di crescita elevate.

Nella sua ultima analisi dal titolo “PC-16: Identificare i successori della Cina”, George Friedman, scienziato politico e fondatore della compagnia di intelligence Stratfor, indica 16 Stati che presto saranno in grado di sostituire la Cina per la loro capacità di attrarre i capitali stranieri.

Messico, Repubblica Dominicana, Bangladesh, Etiopia, Vietnam, Laos e Sri Lanka sono alcuni dei cosiddetti “Post-China”. A inserirli nella classifica è la condizione di povertà, molto simile a quella della Repubblica popolare di vent’anni fa. La loro miseria è servita su un piatto d’argento ai ricchi imprenditori stranieri.

Oltre al basso tenore di vita della popolazione, anche l’instabilità politica e l’esposizione ai rischi finanziari rendono seducenti questi Paesi per gli investimenti esteri. “Sono posti in cui il ciclo di sviluppo è ancora all’inizio, e potrebbero non svilupparsi con successo”, spiega Friedman. “Qui gli investitori sono acquirenti di rischio, se non ci fosse rischio sarebbero altrove”.

Secondo i dati dell’Amministrazione dell’industria e del commercio di Pechino, nel 2012 sono state 217 le compagnie straniere che hanno abbandonato il suolo cinese. Tra quelle europee, un quinto ha preso questa decisione. Perfino chi è agli inizi della carriera imprenditoriale su scala mondiale snobba la Cina. Logico, visto che un operaio vietnamita, ad esempio, si accontenta di 75 euro al mese, un terzo di quando guadagna un salariato cinese.

La Cina è cambiata in modo evidente nell’ultimo decennio. Il costo del lavoro è aumentato, così come l’età media della popolazione: un miglioramento che, seppur positivo, scoraggia gli investimenti esteri.

Ma non bisogna essere tratti in inganno. La terra che gli imprenditori lasciano perché meno vantaggiosa di prima, non ha certo raggiunto gli standard di lavoro e di vita presenti nei Paesi sviluppati. L’unico vero discriminante è l’esistenza di territori ancora più poveri e sottosviluppati, che si prestano a un nuovo sfruttamento senza scrupoli.

Non si tratta di un passo in avanti, quindi, ma dell’ennesima occasione di arricchimento a senso unico. “Il processo innescato dalla rivoluzione industriale non sembra arrestabile”, è scritto nel rapporto sui 16 post-China; il cambiamento che si sta verificano attualmente “è solo il successivo giro della ruota”.

La delocalizzazione della produzione è un metodo troppo proficuo per essere abbandonato dalle grandi imprese, ma per garantire profitto ha costante bisogno di sottosviluppo localizzato. Difendere la propria ricchezza, in sostanza, equivale a controllare e preservare la povertà.