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Stati Uniti off-shore

Gli Usa sono pronti a dare battaglia ai paradisi fiscali, ma solo a quelli non americani e britannici

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La distanza che separa un evasore fiscale da un miliardario che deposita legalmente i suoi risparmi all’estero, è più o meno quella che divide la Svizzera dall’isola di Jersey (a 20 chilometri dalla costa della Normandia), o la Costa Rica dalle isole dei Caraibi. In un caso si è il bersaglio della lotta internazionale all’evasione fiscale, nell’altro la segretezza dei conti è sempre garantita. A ben vedere, ciò che distingue paradisi fiscali e semplici centri off-shore, è solamente la dipendenza o meno dalla Corona britannica e dagli Stati Uniti.

Nella lista nera stilata dall’Ocse dei territori che non rispettano gli standard internazionali in materia fiscale, compaiono ai primi posti la Costa Rica, le Filippine, l’Uruguay e la Malesia. Di seguito, all’interno della lista grigia, vengono i noti paradisi fiscali, tra cui Lussemburgo, Austria, San Marino e Svizzera. Quest’ultima detiene da sola il 27 per cento del mercato dei risparmi depositati all’estero, molti dei quali appartengono a cittadini statunitensi.

I principali concorrenti della Svizzera sono il Regno Unito e numerose isole dipendenti dalla Corona britannica, come l’isola di Jersey, l’isola di Man e Guernsey. Tra i 31 Paesi che l’Ocse identifica come paradisi fiscali, infatti, 9 sono territori britannici e 14 ex colonie della Corona. Insieme gestiscono il 24 per cento del mercato dei capitali off-shore, mentre il 19 per cento è detenuto da alcune isole del Mar dei Caraibi e dagli Stati Uniti. Proprio questi ultimi, grazie a delle recenti innovazioni legislative, si stanno preparando a ridefinire le dinamiche della finanza internazionale.

Il Foreign Account Tax Compliance Act (Fatca), in vigore a partire dal 1° luglio 2014, è una nuova norma statunitense pensata per combattere la frode fiscale, che ogni anno sottrae alle casse federali circa cento miliardi di dollari. In base al Fatca, gli istituti finanziari che ospitano conti illegali dovranno rinunciare a offrire il segreto bancario, e fornire al Dipartimento di Giustizia americano l’identità di tutti i loro clienti statunitensi. La legge è essenziale per garantire la trasparenza fiscale e aumentare la cooperazione internazionale nella lotta all’evasione. Ciò che però non considera, è che la metà del mercato dei capitali off-shore è attualmente concentrato nei trust, sui quali provvedimenti come il Fatca non hanno alcuna efficacia.

Il trust è uno strumento giuridico di origine anglosassone che permette a un proprietario di trasferire i suoi beni in un fondo nella massima riservatezza. Tra questo e il gestore del trust (trustee) si instaura un rapporto di fiducia unico, non previsto da nessun altro istituto giuridico: chi trasferisce denaro non è tenuto a fornire la sua identità. Inoltre, non essendo più considerato proprietario, ma solo beneficiario, è esente dal pagamento delle tasse. Specializzati nella costituzione di trust sono le isole di Jersey e Guernsey, ma anche i Caraibi e lo stato americano del Delaware.

In Europa, intanto, un primo obiettivo è già stato raggiunto: la Svizzera ha firmato il 14 febbraio 2013 un accordo intergovernativo con il quale si impegna a rinunciare al segreto bancario e a consegnare al fisco americano tutte le informazioni richieste sui titolari di conti statunitensi. L’accordo arriva quattro anni dopo che il colosso elvetico Ubs era stato costretto a violare la legge nazionale per non incorrere in una denuncia penale da parte del Dipartimento di Giustizia federale. Aveva dovuto fornire agli Stati Uniti i nomi di 250 suoi clienti statunitensi, titolari di conti segreti, e pagare una multa di 780 milioni di dollari.

Con l’entrata in vigore del Foreign Account Tax Compliance Act, anche altri tradizionali paradisi fiscali saranno costretti a rinunciare al segreto bancario. Le concentrazioni di capitali off-shore nei territori britannici e statunitensi, invece, potranno ancora avere vita tranquilla.

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