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La nuova legge sull’immigrazione

Il progetto di legge è passato con un voto schiacciante al Senato. Ma molti Repubblicani rimangono scettici

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La stesura di una nuova legge sull’immigrazione è stata il cavallo di battaglia di Barack Obama durante le scorse elezioni presidenziali.

Martedì 11 giugno, il Senato degli Stati Uniti ha approvato grazie a una netta maggioranza – 82 senatori favorevoli contro i soli 15 contrari – il via libera al progetto di legge, che concederà il diritto di cittadinanza ai quasi 11 milioni di immigrati che vivono e lavorano irregolarmente nel Paese.

Obama ha immediatamente indetto una conferenza stampa per esprimere la propria soddisfazione e fiducia riguardo al successo finale, definendo questo voto schiacciante come “la migliore chance che abbiamo avuto” per modernizzare e migliorare un sistema di leggi ormai vecchie più di 20 anni.

Nonostante trapeli un cauto ottimismo, la strada verso la ratificazione finale sembra essere ancora molto spinosa, soprattutto se si pensa che la ‘Gang of Eight’ – così sono stati soprannominati gli otto senatori che hanno redatto la proposta – si augura che la definitiva firma sulla loro ‘creazione’ possa essere apposta entro il 4 luglio, data più che simbolica per il popolo americano. Ciò che più preoccupa i promotori della riforma è come voteranno i Repubblicani. Infatti, per essere approvata definitivamente, la legge deve prima ottenere la maggioranza all’interno della Camera dei Rappresentanti, che è attualmente in mano al partito repubblicano, con un vantaggio di 33 deputati.

“Nessuno può ottenere tutto ciò che vuole; né io, né i Democratici, né i Repubblicani”, ha aggiunto il presidente Obama, cercando di mediare diplomaticamente con i più scettici. Le idee in casa repubblicana, infatti, sono tutt’altro che chiare al momento, soprattutto riguardo una questione che ha sempre causato scontri di retaggio ideologico e culturale non solo tra i due partiti, ma anche all’interno dello stesso elefante. Le oltre mille pagine di riforma sono sì passate grazie a una collaborazione bipartisan al Senato, ma allo stesso tempo molte parti non convincono ancora i più conservatori.

Da un lato, infatti, la linea guida del Partito Repubblicano nel 2013 parla chiaro: tentare di recuperare terreno nei confronti dei democratici in vista delle elezioni del 2016. “Noi crediamo che una completa riforma sull’immigrazione ben si allinei con la politica economica dettata dal partito repubblicano, che promuove un aumento dei posti di lavoro e più opportunità per tutti”, si legge all’interno del “Growth & Opportunity Project”, programma attraverso il quale il partito sta faticosamente cercando di conquistare qualche voto tra le minoranze etniche presenti in America – soprattutto gli ispanici – dopo la débâcle della scorsa campagna firmata Mitt Romney.

Tuttavia, l’intransigenza di alcuni influenti senatori repubblicani stona non poco con il programma del partito. Il senatore della Florida Marco Rubio ad esempio, pur essendo uno dei firmatari della legge, nelle ultime settimane ha deciso di prendere le distanze e aprire un altro vaso di Pandora, dichiarando che “Se questo disegno di legge conferisce diritti di ricongiungimento familiare alle coppie gay, il concetto di partenza viene ucciso. Io mi tiro fuori, lo dico e lo ripeto”. Rubio non è solo un tassello fondamentale per la ratificazione della riforma, ma il suo nome è anche in lizza per le prossime elezioni presidenziali, il che aumenta il peso specifico di ogni sua mossa e dichiarazione.

Il senatore della Florida non è l’unico ad aver espresso malcontento e critiche riguardo alcuni punti dell’attuale progetto di legge: John Cornyn, senatore repubblicano del Texas, insiste che la riforma dovrà occuparsi in maniera più decisa della sicurezza ai confini del Paese; il senatore Jeff Sessions dell’Alabama, invece, ha dichiarato che ai cittadini regolarizzati non dovranno essere concessi i sussidi statali; e ancora, il senatore dello Utah, Orrin Hatch ha sottolineato come i ‘nuovi’ cittadini dovranno pagare più tasse per recuperare anni di arretrati.

L’ultima modifica della legge sull’immigrazione in America risale al 1986 e il presidente era Ronald Reagan. Allora la sua firma rese regolari tre milioni di persone, anche se fallì nel fermare il flusso d’immigrazione clandestina. Questo è ciò che più temono gli scettici, secondo cui è meglio dare connotati più rigidi a conservatori al progetto.