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Pace tra Turchia e Pkk?

Il Partito indipendentista curdo guidato da Ocalan annuncia il ritiro dalla Turchia. Un grande successo politico per Erdogan

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Il Pkk, gruppo indipendentista curdo, ha annunciato che ritirerà migliaia di suoi combattenti dalla Turchia a partire dal prossimo 8 maggio. La storica dichiarazione del capo militare Murat Karayilan potrebbe mettere fine a una contrapposizione decennale che è costata la vita a circa 40 mila persone. Il governo guidato da Tayyip Erdogan ha cercato negli ultimi mesi di raggiungere un accordo direttamente con il capo dell’organizzazione, Abdullah Ocalan, detenuto nelle carceri turche sin dal 1999, quando andarono a vuoto i tentativi di cercare asilo politico in Italia e in Kenya.

Già lo scorso 21 marzo il leader curdo aveva annunciato una tregua e la dichiarazione di ieri mostra come il dialogo tra le due parti stia proseguendo in maniera efficace. In cambio delle concessioni senza precedenti il Partito dei lavoratori curdo chiede una modifica costituzionale, lo smantellamento delle forze speciali addette alla lotta contro i ribelli e un’amnistia per tutti i militanti detenuti in Turchia. Non è scontato che l’esecutivo turco possa venire incontro a tutte le richieste curde, vista la già diffusa impopolarità dei dialoghi con Ocalan, secondo un recente sondaggio osteggiati dal 64 per cento dei cittadini turchi.

Nel fine settimana, il Movimento nazionalista, un partito di opposizione, ha organizzato nella città di Izmir una grande manifestazione contro le trattative e contro il ‘mostro di Imrali’ (quest’ultima è la località dove è imprigionato il capo del Pkk). Nonostante i malumori interni, Erdogan si è comunque espresso a favore di un sistema di governo federale, che possa garantire una maggiore autonomia anche alla regione curda.

La distensione dei rapporti con gli indipendentisti può tornare molto utile alla Turchia, impegnata sia sul confine siriano che nei rapporti con l’Iraq. In entrambi i Paesi i curdi sono presenti in maniera determinante, in particolar modo in Iraq dove il Kurdistan iracheno ha un ruolo fondamentale nelle politiche petrolifere (e non solo) di un Paese diventato un’appendice economica di Ankara.