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Hebron, la città divisa

È la più grande città della Cisgiordania. Ma anche la casa di circa 700 coloni israeliani. Una presenza che da decenni è fonte di scontri e tensioni

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Hebron la città divisa

Hebron, in arabo al-Khalil, continua a essere una delle città più contese della Cisgiordania. Centinaia di coloni hanno deciso di venire a vivere qui a partire dal 1967 costruendo numerosi insediamenti, attualmente tra i più grandi presenti in Palestina. Oggi la città è divisa in due: in zona H1 vivono circa 120 mila arabi sotto l’autorità palestinese e in zona H2, sotto l’autorità dello Stato ebraico, risiedono circa 700 israeliani, insieme a 30 mila palestinesi. Ogni entrata e uscita tra le due zone è controllata dai militari dell’Israel Defense Forces (Idf), circa 2 mila in tutto.

La famiglia di Hashem Azzeh vive in sharia al-Shuhada (via dei Martiri) in zona H2, storica via centrale di Hebron oggi deserta, sul lato della strada che si affaccia su un insediamento ebraico. Hashem racconta di soprusi, violenze e discriminazioni. “Tutto è iniziato nel 1984, quando è stato costruito l’insediamento di Ramat Yishai”, racconta Hashem. “Da quando si sono stabiliti qui non ci è permesso raccogliere neppure i frutti del nostro giardino, perché secondo le autorità israeliane ci avvicineremmo troppo ai vicini ebrei e questo non garantirebbe la loro sicurezza.” La casa di Hashem è ormai circondata da un muro e in quella che una volta era la via d’accesso diretta oggi c’è un check-point. Il giardino sul retro si affaccia sulla casa di Baruch Marzel, uno dei coloni storici di Hebron, passato alle cronache per via di numerosi arresti a suo carico. Hashem mi fa notare l’adesivo attaccato alla sua porta: “I already killed an arab. And you?” Poi mi racconta: “Merzel e la sua famiglia ci perseguitano, ci lanciano sassi e rifiuti in giardino. Ho dovuto mettere griglie di ferro attorno alle finestre per evitare che venissero colpite dalle pietre.”

Hashem racconta orgoglioso di aver denunciato più volte i vicini e di aver ottenuto giustizia in diversi casi, ma è comunque costretto a subire continue umiliazioni. “Quando mio padre è morto” – racconta – “per portare la salma al di là del confine siamo dovuti passare sotto il metal detector. Hanno perquisito il corpo di mio padre lasciandolo a terra per diversi minuti. È inaccettabile!”. Samir, il figlio minore di Hashem, ha 25 anni e qualche giorno fa è stato arrestato per aver attraversato senza autorizzazione la ‘linea rossa’, quella che separa il vicinato arabo da quello israeliano. “Mi hanno rilasciato dopo 2 giorni”, racconta Samir, “sapevo di correre il rischio di essere arrestato, ma la tentazione e la rabbia sono stati più forti di me. Io sono cresciuto in quella strada e non ci rimettevo piede da 12 anni”.

Anche i negozianti, i pochi rimasti aperti, parlano del drammatico declino economico della città. Riferiscono che sono moltissime le attività commerciali dismesse per colpa della presenza militare. In effetti a conferma di quanto dicono gli imprenditori locali, l’agenzia Un Ocha (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) riporta che sono 512 i negozi chiusi per ordine militare, e piú di 1.000 le case abbandonate dai palestinesi in zona H2. I pochi negozi arabi rimasti aperti si trovano di fronte alla Grotta dei Patriarchi (Moschea di Abramo per i musulmani). Gli arabi presenti in zona sono inoltre preoccupati dal veloce aumento degli insediamenti.

Il portavoce della comunità ebraica di Hebron, David Wilder, ribadisce il diritto degli ebrei ad abitare in questa terra. “Non abbiamo mai rubato niente a nessuno, queste erano case e terreni che appartenevano a famiglie ebraiche”, racconta. L’ufficio di Wilder si trova in una delle zone più militarizzate della città, ma dice che la presenza dei soldati lo tranquillizza. “Gli arabi sono sempre pronti ad attaccarci, non vogliono la pace, ma scatenare la terza intifada“, afferma. “Poco più di un anno fa un mio caro amico è stato ucciso mentre guidava la sua automobile da un gruppo di ragazzi arabi che lo hanno assalito lanciandogli delle pietre”.

Wilder ha in mente una strategia per impedire in futuro il ripetersi di violenze: “Dobbiamo impedire agli arabi qualunque tipo di ripresa economica. Permettergli di diventare forti non garantirebbe la nostra sicurezza. In questi anni Netanyahu ha ceduto su troppi punti, e i palestinesi ne hanno approfittato.” In effetti questo è il sentimento più diffuso in città, dove le percentuali di voto a favore di Naftali Bennet e del suo partito di estrema destra HaBayit HaYehudi sono state altissime, portando addirittura Orit Struck, una colona locale, alla Knesset (il Parlamento israeliano). Wilder è entusiasta e orgoglioso del successo ottenuto: “Da oggi rifondiamo, qui dove vissero i nostri patriarchi e dove David fondò il suo Regno, la prima vera Knesset.”