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La libertà di stampa in Turchia

Vivono sotto la costante paura della censura. Chi parla contro gli interessi delle élite rischia il carcere. La Turchia non è un Paese per giornalisti

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La libertà di stampa in Turchia

In Turchia i giornali non bastano a fare informazione. Se ne sarà reso conto chi vive a Istanbul, dove negli ultimi mesi le manifestazioni per la libertà di stampa si sono moltiplicate. Il governo turco, che si presenta alla stampa occidentale come una democrazia in progresso, ha incarcerato più giornalisti rispetto a ogni altro Paese del mondo. Reporter Senza Frontiere classifica la Turchia alla posizione 148 su 179 Stati in quanto a libertà di stampa.

Nella storia della Turchia i giornalisti non hanno mai potuto esprimersi liberamente. Nei primi anni della Repubblica, era il presidente Mustafa Kemal Atatürk a controllare strettamente l’informazione. Negli anni successivi, erano i militari a ordinare ai giornali quali notizie pubblicare. Ora è l’attuale governo Erdogan, secondo l’associazione americana Committee to Protect Journalists(Cpj), ad aver attuato “una delle più grandi repressioni della libertà di stampa nella storia recente”. Il Cpj ha dichiarato che i giornalisti in carcere sono al momento un centinaio, il 70 per cento dei quali sono curdi, “accusati di promuovere le opinioni del fuorilegge Pkk” (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan).

“Da sempre la questione curda é la più complessa in assoluto”, mi racconta Onur Erem, reporter del quotidiano d’opposizione indipendente Birgün. “Quando un giornalista ne parla in termini differenti dagli interessi militari, politici ed economici, rischia davvero di finire in prigione. Negli ultimi dieci anni sono stati gli interessi economici della nuova élite musulmana a osteggiare i giornalisti che affrontano la questione curda nei toni a loro non congeniali.”

Il recente sciopero della fame dei prigionieri curdi è stata la riprova. Ad affrontare l’argomento sono stati soltanto i deboli giornali dell’opposizione, oltre alla stampa internazionale progressista. Da parte dei media mainstream, il silenzio più totale. “L’incarceramento di giornalisti curdi in Turchia da tempo non fa più notizia. Ogni arresto viene giustificato da una presunta relazione con il Pkk“, racconta ancora Onur.

In Turchia i media sono dominati dalla televisione. Più della metà dei giornali rappresenta gli interessi del governo e dei gruppi commerciali più importanti. È emblematico il caso di Zaman, di proprietà del magnate religioso Fethullah Gülen, che stampa più di mezzo milione di copie al giorno per fare la sua propaganda e ne vende circa un quarto. Un altro caso interessante è quello di Radikal, da sempre giornale vicino alla sinistra, i cui collaboratori sono stati epurati in massa con l’avvento al governo dell’Akp e rimpiazzati da altri giornalisti di stampo religioso e conservatore.

Esra Arsan, docente di giornalismo alla Bilgi University di Istanbul, ha effettuato un’interessante ricerca sulla libertà di stampa in Turchia, intervistando un campione di 67 giornalisti provenienti da diversi giornali e televisioni del panorama mediatico turco. I risultati della sua ricerca sono sbalorditivi. Alla domanda: “Pensate che i media pratichino una forma di auto-censura?”, il 100 per cento dei giornalisti ha risposto in maniera affermativa. L’84 per cento degli intervistati ha inoltre affermato di avere ricevuto pressioni governative nel preparare le notizie. Il 91 per cento ha dichiarato di non aver pubblicato notizie importanti in molte occasioni, per paura di subire ritorsioni.

Secondo Onur Erem, “a far paura al governo è tutto ciò che stona con l’immagine di se stesso che vuole proiettare all’esterno”. Il bavaglio é d’obbligo per coloro che lavorano nei media mainstream, perché pubblicare una scomoda verità potrebbe provocare un immediato licenziamento. I giornalisti in Turchia lavorano senza protezione e ogni forma di organizzazione sindacale è fortemente osteggiata dai responsabili dei giornali stessi.

Di fronte alla domanda “Perché il governo turco arresta così tanti giornalisti?” le autorità hanno risposto nelle maniere più diverse, affermando spesso fantasiosamente come molti di loro siano stati incarcerati per attività non connesse alla loro professione. Il giornalista investigativo Ahmet Şık, per esempio, venne arrestato mentre scriveva un libro sulla comunità religiosa di Fethullah Gülen. In quel caso, il presidente Ergodan ha giustificato il suo arresto affermando che un libro può essere pericoloso come una bomba, e a essere illegale non é l’ordigno soltanto, ma anche il materiale con il quale viene costruito. In Turchia le voci fuori dal coro sono bombe, che il governo spesso disinnesca mettendole in prigione, prima che esplodano e sconquassino l’opinione pubblica.