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Cyber-guerra @Gaza
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Il conflitto tra Israele e Hamas non si combatte solo a suon di razzi e missili. Tra i campi di battaglia ci sono anche siti internet e social network

L’operazione ‘Colonna di Difesa’, è stata definita la prima guerra mai dichiarata via Twitter. Poche ore dopo la conferma dell’omicidio del leader militare di Hamas Ahmad al-Jabari, infatti, il portavoce dell’Idf (Israel Defense Forces) ha deciso di usare i famosi 140 caratteri per annunciare l’inizio di una vasta operazione nella Striscia di Gaza. E questo era solo l’inizio. Youtube, Flickr, Facebook: nei giorni successivi, l’Idf ha dispiegato tutte le sue armi mediatiche, bombardato la rete di filmati, foto e infografiche con l’obiettivo di dimostrare la legittimità dell’attacco israeliano.

Per Israele non si tratta di una strategia nuova. Secondo la maggior parte degli israeliani, sin dal 1967 il mondo ha un’immagine distorta dello Stato ebraico e del suo esercito. Quelli che nella maggior parte dei Paesi europei – per non parlare di quelli mediorientali – sono visti come attacchi indiscriminati in violazione dei diritti umani, per l’israeliano medio sono l’espressione del sacrosanto diritto alla difesa di uno Stato che vive sotto assedio. In seguito all’ ‘ingiusta’ reazione della comunità internazionale a episodi come quello dell’operazione Piombo Fuso e dell’incidente con la Freedom Flottilla, la autorità israeliane si sono mobilitate nel comune sforzo di ‘spiegare’ (hasbará,in ebraico) al mondo il punto di vista di Israele. In questi giorni il portavoce dell’Idf e quello del primo ministro, il Ministero della ‘Diplomazia Pubblica’ e quello degli Affari Esteri, spiegano le loro prospettive sul conflitto soprattutto sui social network, dove il materiale pubblicato si diffonde alla velocità di 54 megabit al secondo.

Questo sforzo, naturalmente, non darebbe alcun frutto senza il contributo di migliaia di attivisti, utenti dei social network israeliani e non, che cliccando ‘share’ e ‘like’ si reinventano ambasciatori della causa di Israele. Tra questi attivisti molti sono membri di gruppi pro-israeliani, perlopiù europei e americani residenti in Israele. Producono materiale proprio, ma soprattutto inoltrano quello delle autorità israeliane. Questa è solo la parte israeliana della propaganda bellica. I palestinesi e i loro sostenitori non sono stati a guardare. In modo forse meno compatto ma altrettanto efficace, gli utenti della rete pro-Palestina diffondono quotidianamente il conteggio delle vittime dell’operazione ‘Colonna di Difesa’, insieme a vignette, filmati e altro materiale. Le Brigate Al-Qassam, il braccio armato di Hamas, diffondono la loro versione del conflitto dai propri account Twitter.

Tra gli altri filmati, hanno pubblicato su Youtube la canzone ‘Udhrub Udhrub Tel Aviv’ (colpirò Tel Aviv) e un video che minaccia gli israeliani di gravi ritorsioni. Tra i sostenitori della causa palestinese non affiliati a Hamas si scorgono pacifisti europei, sostenitori delle sinistre, e arabi e musulmani di vari Paesi. Sembra che l’attivismo su internet sia una caratteristica del conflitto da ambo le parti: da un lato, in modo (relativamente) centralizzato e diretto dalle istituzioni israeliane; dall’altro, soprattutto per mezzo di utenti indipendenti. Se dunque la guerra è il proseguimento della politica con altri mezzi, le campagne sui social media, al confine tra propaganda di Stato e sfera pubblica, sono il proseguimento della guerra per mezzi virtuali. E non si tratta solo di mezzi pacifici.

Secondo l’esperto di cyber-terrorismo israeliano Nir Turgeman, l’attività online a scopo politico o ideologico può essere divisa in tre categorie: attivismo, hacktivismo e cyber-terrorismo propriamente detto. Del primo caso si è parlato. Il termine hacktivismo si riferisce invece all’attacco a siti specifici da parte di hacker politicamente motivati, allo scopo di disturbarne la normale attività e causare danno economico o d’immagine. Anche in questo caso, la rete si è rivelata un’estensione del campo di battaglia. Secondo il ministro delle Finanze israeliano Yuval Steinitz, dall’inizio del conflitto i siti israeliani sono stati oggetto di ben 44 milioni di attacchi. Tra i target, i siti ufficiali dello Stato, siti di banche e società private e pagine Facebook pro-Israele. Secondo Turgeman, la maggior parte di questi attacchi hanno avuto un’efficacia limitata, e il servizio è stato ripristinato in pochi minuti. Specialmente i siti del governo e dell’esercito sono provvisti di meccanismi di protezione che solo con le risorse di uno Stato sarebbe possibile aggirare. Questo però non ha impedito, per esempio, all’associazione di hacker Anonymous di lanciare la loro Israel-op, e a un gruppo di hactivisti pachistani di sostituire la pagina di Groupon israeliana con un messaggio intimidatorio.

Per quanto riguarda il cyber-terrorismo, ovvero l’attacco online alle infrastrutture di uno Stato allo scopo di causare gravi danni e di ottenere informazioni militarmente sensibili, le probabilità che venga usato sono ritenute generalmente basse a causa delle immani risorse economiche e di know-how necessarie per una simile offensiva. È però evidente come, nel 2012, le guerre già si combattano anche su almeno due dei tre fronti virtuali. Turgeman sostiene che a causa degli sforzi del governo, Israele stia per ora vincendo lo scontro. A poche ore dal mio colloquio con lui, le Brigate Al-Qassam avrebbero preso il controllo di due canali televisivi israeliani per alcuni secondi. La cyber-guerra è ancora aperta.

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