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Home » Sport » Calcio

Un secolo da 90 minuti: com’è cambiata la Coppa del Mondo (e il calcio) in 100 anni di Mondiali

Immagine di copertina
A sinistra, il Brasile di Pelé nell’amichevole persa con la Scozia prima dei Mondiali del 1966. Al centro, Diego Armando Maradona nella finale del 1990 tra Argentina e Germania ovest. A destra, Leo Messi alza la Coppa nel 2022 in Qatar con l’Abiceleste. Credit: TALKING SPORT/Photoshot / Avalon / Lovati / ZUMAPRESS.com / AGF

Dal primo fischio d'inizio nel 1930 con 13 nazionali all’ultima edizione a 48 squadre. Dal trofeo nascosto in una scatola da scarpe e trafugato due volte, alla nuova era degli smartphone e del Var. Così il torneo ha stravolto confini, regole e tradizioni dello sport più seguito

Era il 30 luglio del 1930 e a Montevideo, prima ancora del fischio d’inizio della primissima finale mondiale di calcio della storia, Argentina e Uruguay rischiarono di litigare sul pallone. Ogni squadra voleva giocare con il proprio e la tensione salì talmente tanto che l’allora presidente della Fifa, Jules Rimet, fu obbligato a intervenire di persona, imponendo un tempo a testa. Con il suo, importato dalla Scozia, l’Argentina andò al riposo in vantaggio 2 a 1. Con quello uruguaiano, acquistato in Inghilterra, i padroni di casa ribaltarono il risultato nella ripresa. A fissare il definitivo 4 a 2 fu Héctor Castro, soprannominato “El Manco”, cioè il monco, per aver perso un braccio in un incidente con una sega elettrica.
Da quella finale surreale, decisa dal gol di un ex falegname con un braccio solo, sono passati quasi cent’anni e il 19 luglio la grande giostra si è fermata di nuovo, calando il sipario su quello che passerà alla storia come il Mondiale dei record, la 23esima edizione di una saga che ha ridefinito i confini geografici, economici e tecnici del gioco più popolare del pianeta. La storia di questa competizione non racconta infatti solo chi gonfia la rete e alza la Coppa al cielo, ma come sono cambiati i tifosi e il gioco e come la società, la tecnologia e persino la politica abbiano colonizzato quel rettangolo verde che un tempo apparteneva solo all’istinto dei campioni.

Dai pionieri al successo
Le squadre che si presentarono in Uruguay nel 1930 erano appena 13, sette dal Sudamerica, due da Nord e Centroamerica e quattro dall’Europa, arrivate queste ultime dopo settimane di navigazione. Il formato di quell’esordio fu quasi artigianale: tre gironi da tre squadre e uno da quattro, con l’accesso diretto alle semifinali riservato ai quattro vincitori dei raggruppamenti. Fu un successo che spinse la Fifa a cambiare rotta nelle edizioni del 1934 in Italia e del 1938 in Francia, entrambe vinte dagli Azzurri, quando, in piena tensione prebellica, l’Europa adottò un formato a eliminazione diretta pura, senza gironi, che partiva dagli ottavi: gli unici Mondiali della storia giocati interamente senza una fase a gruppi.
Il pallone poi tornò a rotolare solo nel 1950 dopo la lunga interruzione della Seconda guerra mondiale, durante la quale il vicepresidente della Fifa, Ottorino Barassi, salvò il trofeo dalle truppe di occupazione nascondendolo in una scatola da scarpe sotto il proprio letto. Allora il palcoscenico fu il Brasile. Le squadre erano nuovamente 13, la formula a gironi venne ripristinata, ma con una singolarità mai più ripetuta: quel torneo non ebbe una vera finale. Il titolo si decise in un girone all’italiana a quattro squadre, culminato nel Maracanazo, il dramma che vide l’Uruguay ammutolire i padroni di casa vincendo 2 a 1, laureandosi campione del mondo.
Il vero spartiacque organizzativo però arrivò nel 1954 in Svizzera, regalando al giornalismo sportivo uno dei suoi momenti più celebri, quando, nella finale contro un’Ungheria imbattuta da trenta partite e già vittoriosa per 8 a 3 nel girone, la radiocronaca tedesca di Herbert Zimmermann esplose in una raffica di urla sul gol decisivo di Helmut Rahn all’84’, seguita da un silenzio di otto secondi prima di annunciare la vittoria finale per 3 a 2 della Germania ovest. Quella quinta edizione segnò anche la nascita di un modello amatissimo. Le 16 nazionali furono divise in quattro gironi da altrettante squadre, con le prime due ai quarti di finale. Con un’anomalia: le nazionali dello stesso girone non si affrontavano tutte tra loro ma le due teste di serie sfidavano le altre.
Solo nel 1958, in Svezia, il sistema trovò la sua stabilità definitiva, con ogni squadra chiamata ad affrontare le altre del gruppo. Fu dentro questa gabbia geometrica delle 16 partecipanti che Pelé costruì il mito delle sue tre medaglie d’oro, aprendo le marcature nel ’58 a soli 17 anni e 239 giorni, tuttora il più giovane marcatore nella storia dei Mondiali, vincendo la finale contro i padroni di casa, prima di bissare nel ’62 in Cile contro la Cecoslovacchia e nel ’70 in Messico, sconfiggendo gli Azzurri.
Con lo stesso formato del torneo, l’Inghilterra brillò davanti ai propri tifosi nel ’66, l’edizione in cui il trofeo Jules Rimet, rubato da un’esposizione a Londra nonostante la sorveglianza della polizia, fu ritrovato sotto un cespuglio da Pickles, un cane diventato eroe nazionale e invitato al banchetto ufficiale della manifestazione. Quella coppa scomparve dopo l’edizione successiva in Messico. Assegnata definitivamente al Brasile, in qualità di prima nazionale a conquistare tre Mondiali, fu trafugata nel dicembre del 1983 e fusa in lingotti d’oro. Dal ’74 la Fifa introdusse invece l’attuale Coppa del Mondo, disegnata da Silvio Gazzaniga e consegnata ai vincitori solo durante la cerimonia di premiazione per poi essere sostituita da una copia fedele. Fu alzata al cielo per la prima volta nel 1974 a Monaco di Baviera da Franz Beckenbauer per la Germania ovest. Proprio in quell’anno, e successivamente nel ’78 in Argentina, la formula cambiò ancora: quarti e semifinali vennero cancellati per una seconda fase a gironi, con due sezioni da quattro squadre. Qui le prime classificate volavano in finale, mentre le seconde si consolavano con la gara per il terzo posto. Il successo fu enorme, ma il vestito dei 16 partecipanti era ormai troppo stretto per un fenomeno diventato globale.

L’allargamento a 24, a 32 e a 48
La prima svolta “democratica” arrivò nel 1982 in Spagna, quando la Fifa allargò il tabellone a 24 squadre, provenienti da cinque continenti. La formula prevedeva sei gironi da quattro, da cui le prime due accedevano a una seconda fase organizzata in quattro gironi da tre, con le vincitrici che volavano in semifinale. Alla fine fu l’Italia a trionfare con il celebre urlo di Marco Tardelli dopo il momentaneo raddoppio contro la Germania ovest, battuta per 3 a 1.
Ma questo meccanismo a doppio girone durò poco e fu archiviato già nell’86 in Messico, quando tornarono gli ottavi di finale a eliminazione diretta, assenti dal 1938. Allora, alle prime due di ogni girone, si aggiunsero le quattro migliori terze. Fu il teatro del trionfo di Diego Maradona, e la stessa struttura si ripeté in Italia nel 1990, quando gli Azzurri arrivarono terzi, e negli Stati Uniti nel 1994, con la sconfitta della Nazionale ai rigori contro il Brasile, prima di un nuovo balzo in avanti.
Nel 1998, in Francia, si toccò una nuova pietra miliare, con 32 squadre al via. La regola delle migliori terze fu accantonata dopo tre tornei, sostituita da otto gironi da quattro squadre, con solo le prime due agli ottavi. Un formato che ha accompagnato il Mondiale nel XXI secolo per sei edizioni successive, rivelandosi il più longevo di sempre: sotto la sua egida la Francia ha raggiunto la finale quattro volte, perdendo nel 2006 in Germania contro l’Italia e nel 2022 in Qatar contro l’Argentina e vincendo nel 1998 in casa contro il Brasile e nel 2018 in Russia contro la Croazia.
Come ogni organismo vivente, la Coppa del Mondo non ha mai smesso di evolvere e l’edizione di quest’anno ha segnato l’inizio di una nuova era. Il calcio è fiorito in ogni angolo del pianeta, e i campi di Canada, Messico e Stati Uniti hanno aperto le porte, per la prima volta, a 48 nazioni contemporaneamente, dando vita al Mondiale più mastodontico di sempre con 104 partite disputate. Un simile allargamento ha rimescolato le carte della geopolitica del pallone, sancendo il ritorno del ripescaggio delle migliori terze e tenendo a battesimo un inedito sedicesimo di finale, un turno a eliminazione diretta a 32 squadre che ha aggiunto un ulteriore livello di suspense alla manifestazione.

La matematica del Pallone
Il Mondiale però è cambiato profondamente anche dentro al campo, come dimostrano i dati raccolti da Opta Analyst dall’edizione del 1966 a oggi. Il calcio è passato da essere uno sport istintivo e caotico a una disciplina basata sul controllo geometrico e sulla qualità delle occasioni.
Il 23 luglio 1966, al Goodison Park di Liverpool, Portogallo e Corea del Nord regalarono una delle partite più pazze della storia del torneo: i nordcoreani si portarono sul 3 a 0 in 24 minuti, complice un errore del portiere Costa Pereira, prima che Eusébio segnasse quattro gol in 33 minuti e il Portogallo chiudesse la partita per 5 a 3 con un gol di José Augusto. Grazie a incontri come questo, e ai dati raccolti a partire da quell’edizione, oggi si può misurare con precisione com’è cambiato il calcio negli ultimi sessant’anni.
La tendenza più netta va verso il possesso palla: i passaggi medi per fase di possesso, stabili tra 3,7 e 3,8 negli anni Settanta e tra 4,1 e 4,3 dal 1982 al 2010, sono saliti a 4,6 nel 2014 e a 5,1 nel 2018, quando la Spagna toccò dieci passaggi a possesso, salvo uscire a sorpresa agli ottavi. Un’eredità che risale all’Olanda di Cruyff e Michels nel 1974, il calcio totale che scambiava i ruoli in campo in tempo reale, pur con numeri meno estremi delle rivali.
Uno spartiacque tecnico fu invece il divieto di retropassaggio al portiere, introdotto nel 1992 dopo Italia ’90, ricordato come uno tra i Mondiali più noiosi di sempre. Da quel momento le fasi di possesso per partita salirono di oltre il 17%, segnando il valore più alto dal 1966. Da allora sempre più squadre hanno fatto del possesso un’arma, fino al primo 70% della storia, firmato dalla Spagna nel 2018.
Sul fronte dei tiri in porta, invece, la storia racconta l’opposto: si calcia meno, ma meglio. Nel 1970 in Messico otto squadre su sedici superavano 0,2 conclusioni per possesso, un ritmo che oggi quasi nessun club europeo riesce più a tenere. Dal 1990 quella media si è stabilizzata tra 0,13 e 0,15, ma la qualità dei tiri, piatta per anni tra 0,05 e 0,06 di expected goals, è quasi raddoppiata dal 2014, salendo a 0,10 mentre la distanza media dei tiri si è ridotta, i gol da calcio d’angolo sono quasi raddoppiati e i rigori assegnati sono saliti da tredici a ventinove tra il 2014 e il 2018. Insomma è cambiato anche il gioco.

Dalle gradinate ai cellulari
Oltre all’evoluzione della tattica, il Mondiale ha stravolto il modo in cui il pubblico consuma lo spettacolo. Nel 1966, il trionfo casalingo dell’Inghilterra venne seguito dal vivo o davanti ai primi televisori in bianco e nero, raggiungendo comunque una platea stimata di 400 milioni di spettatori. Ma il frontman dei Rolling Stones, Mick Jagger, allora impegnato a registrare un album a Los Angeles, riuscì a vedere solo qualche spezzone della finale su un canale in lingua spagnola in onda negli Usa. Nel 1970, in Messico, l’avvento delle trasmissioni a colori e l’ingresso massiccio delle sponsorizzazioni moltiplicarono la potenza commerciale della Fifa. Gli Stati Uniti nel 1994 fecero registrare record di pubblico nei loro enormi stadi, ponendo le basi per il professionismo del calcio oltreoceano.
Nel 2007 il concetto di “secondo schermo” ha iniziato a farsi largo nelle case degli appassionati, fino ad arrivare alla realtà odierna dell’ultima edizione, dove l’intera esperienza si è concentrata nel palmo di una mano. Oggi il tifoso può seguire gli aggiornamenti live, guardare gli highlights in tempo reale e commentare le decisioni arbitrali sullo smartphone mentre la partita è ancora in corso. Questa interattività ha reso l’esperienza globale del torneo qualcosa di incredibilmente vicino e febbrile.
L’introduzione del tracciamento Gps e la capillarità dell’analisi dei dati permettono poi ai calciatori odierni di coprire più terreno, pressare più alto e recuperare più velocemente, accorciando le distanze tra le superpotenze storiche e le nazioni emergenti. Non è un caso che i record di marcature individuali siano diventati merce rara. Pochissimi giocatori nella storia hanno raggiunto la doppia cifra nei gol mondiali, un dato che riflette la straordinaria organizzazione delle difese e l’evoluzione dei portieri moderni, come il sorprendente 40enne Vozinha di Capo Verde, e non certo una penuria di talento offensivo.

Il fischietto elettronico
A cambiare il volto del calcio quest’anno poi sono state anche le clamorose novità regolamentari introdotte dall’Ifab e applicate dagli arbitri sotto la guida di Pierluigi Collina. Un esempio lampante è l’estensione del Var ai casi di scambio d’identità: lo statunitense Tim Ream ne ha beneficiato vedendosi cancellare un’ammonizione contro il Paraguay, tramutata in giallo per simulazione all’avversario Miguel Almirón. Al contempo, per combattere le perdite di tempo, è stato introdotto un countdown di cinque secondi per le rimesse laterali. Se il limite viene superato, com’è costato caro al bosniaco Sead Kolašinac, il possesso passa direttamente agli avversari, pur lasciando all’arbitro un inevitabile margine di discrezionalità sul momento in cui far partire il cronometro.
Un’altra importante direttiva ha riguardato il comportamento dei calciatori, introducendo la tolleranza zero verso la comunicazione aggressiva. È infatti scattato il cartellino rosso diretto per chi si copre la bocca durante un alterco, nel tentativo di nascondere insulti discriminatori, sanzione che ha colpito lo stesso Almirón nella sfida contro la Turchia. Più divisiva si è rivelata l’introduzione di una pausa di idratazione obbligatoria di tre minuti per ogni singola partita, utile alla salute degli atleti nelle roventi città ospitanti, ma criticata da molti tifosi per l’interruzione del ritmo di gioco e la trasformazione di fatto della gara in quattro tempi. Senza contare la mezz’ora di spettacolo durante l’intervallo della finale, una tradizione mutuata direttamente dal football americano.

Lo spirito del calcio
Eppure, al netto di queste profonde trasformazioni tecnologiche, tattiche e normative, l’essenza della competizione è rimasta del tutto inalterata. Il peso delle aspettative sui giocatori in campo e l’incredibile tensione emotiva generata da una partita a eliminazione diretta confermano che l’anima profonda del Mondiale sa sopravvivere, oggi come nel 1930, a qualunque evoluzione il tempo imponga.
Il panorama, invece, continua ad allargarsi. Se per decenni il torneo è stato dominio quasi esclusivo di squadre europee e sudamericane, oggi le nazionali provenienti da Africa, Asia e Nord America sfidano sempre più spesso le potenze tradizionali, ancora dominanti però nelle ultime fasi della competizione. Il prossimo capitolo però è già scritto. Nel 2030 il Mondiale sarà ospitato per la prima volta da sei Paesi su tre continenti, con Spagna, Portogallo e Marocco come sedi principali, mentre Uruguay, Argentina e Paraguay ospiteranno le partite celebrative per i cento anni dalla prima edizione del 1930, chiudendo, in un certo senso, il ciclo aperto quasi un secolo fa a Montevideo, sullo stesso campo dove Héctor Castro segnò con un braccio solo. Il prossimo secolo da 90 minuti si aprirà, invece, nel 2034 in Arabia Saudita e, tra politica e investimenti miliardari che sanno di sportswashing, promette tutta un’altra storia.

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