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“Minchia Signor Tenente”: vi racconto un po’ del mio Giorgio Faletti

Roberta Bellesini è stata la compagna e moglie di Giorgio Faletti, scomparso nel 2014. Donna intraprendente e determinata, racconta a TPI i nuovi progetti tratti dalle opere dell’artista e ci rivela le sfaccettature, più nascoste, del genio di Faletti

Di Paola Savina
Pubblicato il 16 Dic. 2020 alle 19:36
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Immagine di copertina

Cos’è rimasto oggi di quelle divise? Quelle che stanno strette ai carabinieri siciliani intenti a fare amaro rapporto al Signor Tenente. Quella del formoso Vito Catozzo, lo sceriffo meridionale dispensatore di risate a ogni puntata del Drive In. E tante altre. Sapeva ricamarle e poi indossarle tutte, Giorgio Faletti.

Cabarettista, comico, scrittore, cantautore, attore, musicista: il suo nome potrebbe rispondere su Wikipedia alla definizione di “artista”. Faletti ha lasciato questo mondo 6 anni fa e, no, di lui non sono rimasti solo (come se fosse poco) il patrimonio artistico che l’ha reso famoso e le essenze dei personaggi che ha creato e reso immortali.

Del talento di Giorgio Faletti c’era e c’è ancora tanto da scoprire: lavori che il genio ha prodotto durante gli ultimi anni della sua vita e che sono rimasti, per un po’, a brillare nel buio. Ce lo racconta la moglie e compagna di vita Roberta Bellesini, come lei stessa ha saputo dare vita a opere inedite di Giorgio e riaccendere i riflettori.

“Giorgio temeva che le sue opere potessero perdersi nel tempo, che andassero dimenticate. Era forse la sua paura più grande”, svela Roberta, per spiegarci perché si è sempre dedicata con tanto zelo ai lavori del defunto marito, a mantenerli vivi.

L’ultimo successo pluripremiato è il cortometraggio La ricetta della mamma, tratto dall’omonimo racconto noir di Giorgio. Tra i riconoscimenti più importanti: “Miglior Soggetto” al festival Videocorto Nettuno, “Miglior Regia” al Punto di Vista Film Festival a Cagliari, “Miglior Cortometraggio” al ClujShorts Intanational Film Fest in Romania, “Miglior Short Film Straniero” e “Miglior Fotografia” al REEL COMEDY FEST di Chicago. Quale di questi premi avrebbe reso più orgoglioso Giorgio e perché?

“Effettivamente il cortometraggio La ricetta della mamma è stato selezionato in tantissimi festival italiani e stranieri e ha ricevuto una quantità di riconoscimenti in Italia e all’estero tale che oggi, a distanza di 2 anni dalla realizzazione, io e il regista ancora ci stupiamo di questo fantastico riscontro!

Giorgio avrebbe sicuramente apprezzato il premio per il Miglior Soggetto, in particolar modo. Lui era molto legato ai suoi scritti e sapere che un suo racconto è arrivato a ispirare in maniera così creativa anche uno sceneggiatore e un regista l’avrebbe reso felice”.

Qual è secondo te la “ricetta vincente” de La ricetta della mamma?
“È un racconto nel quale troviamo riferimenti alla cultura ruvida ma genuina della città di provincia, la vita spiata anche dal buco della serratura. Poi c’è la componente thriller che ha dominato la sua produzione artistica degli ultimi anni, portandolo ad essere uno degli scrittori più apprezzati nella letteratura di genere.

E infine, l’ingrediente ‘ironia’, che è sempre stato un elemento fondamentale nella sua vita professionale e anche nella sua vita privata. Il connubio di questi elementi ha reso questo piccolo racconto e il cortometraggio due gioiellini”.

Quest’anno Giorgio avrebbe compiuto 70 anni e il regalo sarebbe stato l’uscita del primo film tratto da un suo romanzo, Appunti di un venditore di donne, diretto da Fabio Resinaro con un interessante cast (Mario Sgueglia, Miriam Dalmazio, Libero De Rienzo, Paolo Rossi, Francesco Montanari, Antonio Gerardi, Michele Placido). Tra i tanti libri di successo di Giorgio, come mai è stato scelto questo per la prima pellicola?

“Sicuramente questo libro era il più semplice da realizzare, sia per l’ambientazione totalmente italiana sia per la struttura della trama da noir. Gli altri romanzi di Giorgio sarebbero stati più complessi da trasformare in film, con trame e scenografie che impongono anche effetti speciali parecchio costosi.

Inoltre, molti italiani hanno vissuto direttamente la Milano ‘da bere’, della fine degli anni ‘70 e degli anni ‘80 quindi c’è un vissuto molto sentito. Io conoscevo di nome Fabio Resinaro, perché ero rimasta molto colpita dal film Mine. È un regista che ha coraggio, ama sperimentare. Inoltre, ho trovato sul set una bellissima atmosfera ed erano tutti molto motivati, in tanti conoscevano Giorgio.

C’è un ingrediente in più: un vero rapporto affettivo. Il film, prodotto da Casanova Multimedia, si chiamerà Il venditore di donne, ma non è ancora possibile ipotizzarne l’uscita nelle sale cinematografiche a causa della pandemia”.

Quanto c’è ancora di inedito, tra i lavori di Giorgio, che il pubblico ancora non conosce?
“Purtroppo di inedito non c’è più molto, che sia a un livello tale da ipotizzare un nuovo lavoro. Ci sono alcuni soggetti, alcuni scritti, alcune canzoni imbastite con testi e musiche, dai quali eventualmente si può pensare di prendere un’idea ed elaborarla, ma è un aspetto molto delicato che va valutato con cura e attenzione”.

Stai lavorando a qualche altro progetto? Ci puoi dare qualche anticipazione?
“Al momento stiamo ancora portando in giro lo spettacolo teatrale L’ultimo giorno di sole che ho prodotto 5 anni fa e che è ancora richiesto in diversi teatri italiani. Un altro lavoro che mi ha dato enormi soddisfazioni, con il quale ho anche ho vinto un bando a New York e che è stato scelto insieme ad altri 7 spettacoli italiani per essere rappresentatati nella Grande Mela nel maggio 2019. Per ora di nuovi progetti non ne ho… ma siamo in fase elaborazione-dati!”.

Quelle divise, quelle vecchie divise create e vestite da Giorgio, sono le stesse con cui è ricordato oggi o con l’uscita, grazie e te, di suoi nuovi lavori letterari e su schermo (libri, racconti, cortometraggi, film) è cambiata un po’ la sua percezione, la sua immagine per il pubblico?

“Sicuramente sia negli ultimi anni della sua vita, con il ruolo di scrittore, sia successivamente alla sua morte con i lavori postumi (La piuma e L’ultimo giorno di sole), molti hanno scoperto una parte molto riflessiva e, a tratti, filosofica di Giorgio. Infatti tra le citazioni che si leggono sui social, tantissime sono tratte proprio dai suoi libri. Lui metteva tanto del suo mondo interiore nei sui testi, riflessioni sulla vita, sui rapporti umani. Testi che erano pezzi di vita intrisi di malinconia ma anche di speranza e voglia di rinascita”.

Roberta, tra le tante divise che Giorgio ha indossato, secondo te quale lo rappresentava meglio, quale gli stava meglio addosso?
“È difficile dire quale fosse il ruolo, o meglio il talento maggiore di Giorgio. Nella sua testa c’era un mondo che ruotava attorno alle sue passioni, alle sue malinconie, ai suoi sogni. Non era possibile scindere un progetto artistico dall’altro, perché si compenetravano tutti, immersi in un universo popolato di personaggi, storie, melodie, strofe…

Poi magicamente, perché il genio creativo è accostabile solo alla magia, ogni cosa trovava la sua strada, e diventava un racconto, una musica, una canzone. C’erano giorni in cui il ticchettio sulla tastiera di un computer, dove si inseguivano lettere a costruire parole, si alternava al rumore più attutito di dita sui tasti di un pianoforte, dove si inseguivano note, prima incerte poi sempre più chiare, a costruire melodie. Però, credo che fosse nelle canzoni l’espressione più intensa della sua produzione artistica, proprio attraverso il connubio di testi e musiche”.

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