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Home » Spettacoli

L’Eurovision dello sfruttamento: a Torino 700 volontari non pagati

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Tira una brutta aria nel nostro Paese. Soffia forte sui giovani che cercano un lavoro, ma magari non sono tutti disposti a subire vessazioni, umiliazioni, sfruttamento per avere qualche cosa che “fa curriculum”, oppure sono perplessi davanti a “un’esperienza” come quella dei 700 volontari chiamati a sostenere l’edizione di Eurovision a Torino che con mezzo miliardo di telespettatori complessivi, con 15 milioni di euro d’investimenti e un ritorno economico di oltre 100 milioni non riesce a trovare fondi per pagare il lavoro. Anche quest’anno, ai primi caldi, è scoppiato l’allarme di chef, ristoratori, gestori di stabilimenti balneari, per la mancanza di personale.

Questi giovani, è il lamento costante, non vogliono lavorare, impigriscono sul divano, si fanno troppe canne, preferiscono il reddito di cittadinanza piuttosto che baciare la pantofola di Flavio Briatore («In Saudi (Arabia), a Dubai, a Montecarlo non abbiamo questi problemi» assicura l’imitatore di Crozza) o di Alessandro Borghese, filosofo dei fornelli secondo il quale se uno lavora per imparare «non per forza deve essere pagato». I giovani, per questi pensatori, sottovalutano l’importanza di cogliere le occasioni di occupazione che il mercato del lavoro nazionale offrirebbe. Il presidente della Confindustria Carlo Bonomi, che appena eletto alla guida degli industriali ha occupato anche il vertice della Fiera di Milano per arrotondare, si lamenta che le imprese cercano lavoratori da assumere, ma i profili professionali non sono adeguati. E questi giovani non capiscono, sono «lazy», pigri. Poi però si scopre, come ha fatto uno studioso serio come Isaia Sales su Repubblica, che i giovani, laureati e non, sono costretti a lasciare il Sud, salire al Nord o in Europa per trovare un lavoro dignitoso. Sappiamo che i giovani sono i più sfruttati e malpagati (per le ragazze c’è pure il rischio di essere molestate da qualche alpino in gita a Rimini) in un sistema dove anche i garantiti vedono crollare il potere d’acquisto dei salari. Negli ultimi trent’anni le retribuzioni reali in Italia non sono aumentate di un euro, caso unico in Europa. Il lavoro per i giovani è in crisi perché è tutto il lavoro, su cui si fonda la nostra Costituzione, a essere svalutato, sfruttato, isolato.

Il lavoro non conta più nulla: politicamente non è rappresentato, culturalmente è stato abbandonato. Forse anche questo può spiegare il fenomeno delle dimissioni di massa dopo la pandemia. I giovani sono gli ultimi, i più penalizzati con le donne, sono i più deboli ed esposti al ricatto di un lavoro a qualsiasi prezzo. Se restiamo al turismo, al business dell’estate che gonfia il Pil e le tasche degli imprenditori, vale la pena ricordare che secondo l’Ispettorato del lavoro circa il 70% delle attività è irregolare, senza rispetto dei contratti, dei diritti, delle norme. E se non ci sono italiani, allora prendiamo gli immigrati, propone il ministro leghista Garavaglia. A fine stagione, però, tutti via.La storia che i giovani non fanno sacrifici, preferiscono la vita comoda, non regge se si vuole ragionare seriamente.

Ricordate Lorenzo Parelli, 18 anni, e Giuseppe Lenoci, 16 anni? Sono due ragazzi morti mentre lavoravano durante l’alternanza scuola-lavoro. Basterebbero questi casi per tacitare i sociologi della domenica che ispirano le nuove tendenze dello sfruttamento. Come quella del volontariato per i grandi eventi. Il caso Eurovision di Torino è significativo. Con un bando sono stati selezionati circa 700 giovani volontari, quindi non pagati. E non possono usufruire del catering, si devono portare il panino da casa. Ma i compiti assegnati (accoglienza, rapporto con il pubblico, comunicazione e ufficio stampa e altro), l’organizzazione, l’orario d’impiego, persino una divisa di riconoscimento indicano che si tratta di prestazioni che, secondo i gruppi “Bauli in piazza” e “Stage!”, devono essere svolte per legge da personale specializzato.

Il sindaco Stefano Lo Russo, con i suoi ricchi sponsor, poteva offrire una momentanea occupazione a tanti giovani dello spettacolo che da due anni sono in crisi nera. Ma il richiamo della parola volontario è irresistibile, pur se nasconde ipocrisie indecenti. Crea subito uno spirito solidale, induce a essere più buoni, felici di lavorare gratis e ci rende pure ambientalisti. Come teorizza quel furbacchione di Jovanotti on the beach. Alla fine resta un grande interrogativo: come avvicinare giovani e lavoro? Agli imprenditori americani che si lamentavano di non riuscire ad assumere giovani, Joe Biden ha risposto così: “Pagateli di più”. Potremmo partire da qui.

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