Icona app
Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Banner abbonamento
Cerca
Ultimo aggiornamento ore 19:58
Immagine autore
Gambino
Immagine autore
Telese
Immagine autore
Mentana
Immagine autore
Revelli
Immagine autore
Stille
Immagine autore
Urbinati
Immagine autore
Dimassi
Immagine autore
Cavalli
Immagine autore
Antonellis
Immagine autore
Serafini
Immagine autore
Bocca
Immagine autore
Sabelli Fioretti
Immagine autore
Guida Bardi
Home » Spettacoli » Cinema

La costumista Catherine Buyse svela l’arte di vestire il cinema: “La prova costume è il primo vero momento in cui l’attore inizia a diventare quel personaggio”

Immagine di copertina
Catherine Buyse in sartoria sul set della serie “Anna” di Niccolò Ammaniti. Credit: Greta De Lazzaris. Per gentile concessione della produzione

Dalla lavorazione speciale dei tessuti all'invecchiamento dei capi, dall'uso espressivo del colore alla ricerca fotografica e storica, la nota costumista premiata all'International Scledum Film Festival ripercorre i segreti del set e della creazione degli abiti di scena, raccontando a TPI il profondo sodalizio con Niccolò Ammaniti per la serie “Anna”, le produzioni kolossal girate a Venezia e la nuova serie sulla Famiglia Panini

Fra le protagoniste dell’International Scledum Film Festival, interamente dedicato al costume e alla moda nel cinema, in programma a Schio dal 30 luglio al 2 agosto, c’è la nota costumista Catherine Buyse che riceverà il Premio Eccellenza Veneta e il 31 luglio terrà una masterclass dedicata al suo lavoro. Nata e cresciuta a Bruxelles, da padre belga e madre veneziana, oggi vive tra Venezia e Roma, Buyse si sta concedendo un meritato periodo di riposo dopo aver concluso le riprese della lunga serie Rai, “La Famiglia Panini – l’avventura delle figurine”, che andrà in onda in autunno.
Sei mesi di lavorazione, durante i quali ha disegnato e realizzato tutti i costumi. Una storia che attraversa il periodo dagli anni Quaranta agli anni Settanta e racconta la nascita e l’ascesa della famiglia Panini, fondatrice della celebre azienda di figurine.
È stato un lavoro impegnativo? In trent’anni di storia il costume e la moda italiani cambiano profondamente.
«Sì, assolutamente. È stato come realizzare tre film diversi, con tre differenti mondi di costumi. È un periodo cruciale, in cui cambia non solo la storia dell’Italia, ma anche il modo di vestire degli italiani. È stato un lavoro molto impegnativo, fatto di ricerca e di studio. Spesso i produttori non comprendono fino in fondo le esigenze del costumista e tendono a sottovalutarle, quando invece sono fondamentali per rendere credibile la ricostruzione di un’epoca».
Rispetto a un film, come cambia il lavoro del costumista in una serie televisiva, che può durare anche sei o sette mesi? Il costumista è impegnato per tutta la durata delle riprese?
«È molto impegnativo perché ci sono tantissimi personaggi e moltissime comparse. Non si smette mai di fare prove, modifiche e adattamenti affinché ogni abito sia perfetto per l’attore che lo indossa. Noi siamo sempre sul set, perché spesso arrivano personaggi all’ultimo momento: bisogna prendere le misure, creare i costumi e organizzare rapidamente le prove. È un lavoro davvero intenso».
E tutto inizia molto prima delle riprese, già dalla sceneggiatura.
«Assolutamente sì. Nel caso de “La famiglia Panini”, trattandosi di una storia vera e di una famiglia che esiste ancora, la prima cosa che ho fatto è stata un’approfondita ricerca iconografica e storica. La famiglia Panini mi ha aiutata enormemente, mettendomi a disposizione gli album fotografici di famiglia e i filmati in Super 8 che raccontavano la loro storia. Da quel materiale ho tratto moltissima ispirazione. Poi abbiamo aggiunto una parte creativa, senza riprodurre i costumi in maniera totalmente fedele. Abbiamo scelto colori più vivaci e inusuali rispetto a quelli realmente utilizzati negli anni Quaranta, quando predominavano marroni e grigi. Insieme al regista abbiamo voluto creare costumi che restituissero la genialità e l’energia dei fratelli Panini, gli otto figli di Olga, capaci di dare vita a un marchio conosciuto oggi in tutto il mondo».
Quindi nel suo lavoro c’è anche un’importante componente creativa.
«Sì, certamente. Ho scelto una palette cromatica molto più vivace rispetto alla realtà dell’epoca, pur mantenendo una forte credibilità storica. Ho cercato di caratterizzare ogni personaggio attraverso un colore che ne rispecchiasse la personalità».
Un grande lavoro è stato fatto anche sul personaggio di Olga Panini, interpretato da Serena Rossi.
«Sì, è stato un lavoro lunghissimo, non solo dal punto di vista dei costumi. Il personaggio attraversa molti anni della sua vita e quindi cambia fisicamente, invecchia. È stato necessario un grande lavoro di caratterizzazione. Serena ha modificato anche il modo di camminare e di muoversi, e noi l’abbiamo aiutata attraverso i costumi. Inoltre c’è stato tutto il lavoro di trucco e acconciatura per invecchiare il viso, le mani e i capelli. Abbiamo persino dovuto imbottire alcuni costumi per simulare l’aumento di peso del personaggio con il passare degli anni. È stato davvero un lavoro importante».
Il costume aiuta molto l’attore nella costruzione del personaggio?
«Il costume aiuta l’attore a entrare nel personaggio. La prova costume è il primo vero momento in cui l’attore inizia a diventare quel personaggio, a entrarne letteralmente nei panni. Inoltre, in Italia, il costumista è responsabile anche del coordinamento con trucco e acconciatura, contribuendo alla costruzione complessiva dell’immagine del personaggio. All’estero, invece, questi reparti sono completamente separati».
C’è un lavoro a cui è particolarmente legata, quello che le ha dato più soddisfazione dal punto di vista creativo?
«Credo che il lavoro che mi ha resa più orgogliosa sia stato quello realizzato con Niccolò Ammaniti per la serie “Anna”. Dal punto di vista creativo è stata un’esperienza straordinaria. Niccolò è un regista che sa perfettamente quello che vuole e con lui si è instaurata una collaborazione continua. Veniva spesso in sartoria, mi raccontava le immagini che aveva immaginato o addirittura sognato, cambiava idea, proponeva nuove intuizioni. Abbiamo costruito insieme molte scene attraverso i costumi. È stata un’esperienza di grande libertà creativa. Per quanto un costumista possa essere bravo, ha bisogno di occasioni che gli permettano di sperimentare. Spesso il nostro reparto riceve una percentuale minima del budget di un film e, quando le storie sono ambientate ai giorni nostri, il costume viene considerato quasi secondario. In realtà ogni personaggio viene costruito anche attraverso ciò che indossa, e questo aspetto viene ancora troppo spesso sottovalutato. Per questo considero Anna un’esperienza speciale: ho trovato un regista che attribuiva al costume un’importanza fondamentale, capace persino di modificare una scena o darle una svolta grazie a un’idea nata proprio dai costumi. È un’opportunità che capita molto raramente».
Quanto conta, nel suo lavoro, la scelta dei tessuti? Ha dei fornitori di fiducia?
«Faccio moltissima ricerca, ma ho un luogo del cuore: Prato. Lì ci sono due aziende con cui lavoro spesso, O. B. Stock e Gori Tessuti. Mi conoscono bene e ogni volta che devo iniziare un progetto mi reco da loro alla ricerca dei materiali più adatti ai personaggi. È una delle prime tappe del mio lavoro, naturalmente quando si tratta di produzioni in cui realizziamo i costumi da zero. Non sempre accade: in alcuni film il lavoro consiste soprattutto nel reperire abiti già esistenti. Per la serie sulla famiglia Panini, ad esempio, molti costumi li abbiamo realizzati internamente. Insieme alla mia sarta, che è eccezionale, abbiamo acquistato i tessuti e confezionato gli abiti dei protagonisti».
C’è qualche curiosità sul lavoro del costumista che il pubblico conosce poco?
«Una cosa che spesso non si sa è che i costumi, una volta realizzati, devono quasi sempre essere “invecchiati”. Un abito nuovo, davanti alla macchina da presa, rischia di risultare poco credibile. Se il personaggio lavora, cammina, vive una quotidianità intensa o indossa lo stesso vestito da anni, quel capo deve raccontare la sua storia. Nella serie “Anna”, ad esempio, i protagonisti sono bambini sopravvissuti a un virus che ha ucciso tutti gli adulti. Vivono da soli, si vestono come possono e i loro abiti devono apparire logori, sporchi, bucati, consumati dal tempo.  È  stato quindi necessario un importante lavoro di tintura e invecchiamento. La stessa esperienza l’ho vissuta come supervisore dei costumi nella serie “Marco Polo”, dove esisteva addirittura un reparto dedicato esclusivamente alle tinture e all’invecchiamento dei costumi».

Nel reparto costumi un ruolo fondamentale è quello delle sarte, una professionalità che oggi sembra quasi scomparsa nella vita quotidiana. Quanto sono importanti?
«Sono fondamentali, direi indispensabili. Quando incontro studenti che desiderano diventare costumisti, spiego sempre che oggi mancano soprattutto figure altamente specializzate come sarte, modellisti e tagliatori, cioè quei professionisti che riescono a trasformare un bozzetto in un abito vero. Purtroppo le grandi sartorie stanno scomparendo e con loro rischiano di perdersi anche questi mestieri. Se non ci sono persone a cui trasmettere queste competenze, è difficile conservarle. Io ho la fortuna di lavorare con una sarta straordinaria e cerco sempre di averla al mio fianco, perché è in grado di risolvere qualsiasi problema».
Lei cerca di lavorare sempre con la stessa squadra?
«Sì, quando è possibile. Mi piace costruire un gruppo affiatato e lavorare con le stesse persone. Non è sempre facile, però, perché spesso sono già impegnate su altri progetti. Inoltre non tutti accettano di lavorare nelle serie televisive, che richiedono tempi molto lunghi: tra preparazione e riprese possono impegnare anche sei mesi».
Il cinema, e oggi anche le serie televisive, sono il risultato di un grande lavoro di squadra. Anche il reparto costumi funziona così?
«Il cinema è un lavoro corale. Il costumista coordina il reparto, ma dietro c’è un’intera squadra di professionisti che contribuisce alla realizzazione dei costumi. Il reparto più grande che abbia mai diretto è stato quello di “Marco Polo”, dove lavoravano con me circa cento persone. Un’altra esperienza molto impegnativa è stata “La Storia”, diretta da Francesca Archibugi: abbiamo lavorato per circa venticinque settimane, realizzando i costumi per quasi centocinquanta personaggi, oltre a un centinaia di comparse».
Lei arriva dal mondo della moda. Com’è nato il passaggio al cinema?
«Ho lavorato a lungo nella moda, poi nel 1997 ho deciso di lasciare quel mondo. Trasferendomi a Venezia ho iniziato a lavorare come assistente di grandi costumisti, molti dei quali premi Oscar. Essendo basata a Venezia, ho avuto la possibilità di collaborare alle grandi produzioni internazionali che venivano girate lì, come “The Tourist”, “Casanova”, “Mission: Impossible – Dead Reckoning” e “Indiana Jones e l’ultima crociata”. È stata una scuola straordinaria. Ho fatto tanta esperienza, ho imparato moltissimo e continuo ancora oggi a farlo. Perché questo è un mestiere dove non si smette mai di imparare».

Ti potrebbe interessare
Cinema / Il filo nascosto del cinema: alla scoperta dell’International Scledum Film Festival a Schio
Cinema / Cristiana Capotondi: “Con il padre di mia figlia è finita ma siamo una grande famiglia allargata”
Cinema / Sharon Stone a Donald Trump: “Comportati in modo da rendere fiera una madre”
Ti potrebbe interessare
Cinema / Il filo nascosto del cinema: alla scoperta dell’International Scledum Film Festival a Schio
Cinema / Cristiana Capotondi: “Con il padre di mia figlia è finita ma siamo una grande famiglia allargata”
Cinema / Sharon Stone a Donald Trump: “Comportati in modo da rendere fiera una madre”
Cinema / Sharon Stone: “Mi sono reincarnata nel mio corpo dopo l’ictus. Morire è un’esperienza che apre gli occhi”
Cinema / È morto l’attore Sam Neill, protagonista di “Jurassic Park” e “Lezioni di piano”: aveva 78 anni
Cinema / Valeria Bruni Tedeschi replica a Micaela Ramazzotti: "Su giornali e tv non si parla delle proprie antipatie"
Cinema / La meglio gioventù del cinema italiano
Cinema / Agostino Gambino (Int.9) a TPI: “Vogliamo aprire uno spazio di confronto sul presente e sul futuro del cinema”
Cinema / Il cinema internazionale torna a vivere nei luoghi dell’Ischia Film Festival
Cinema / Sarah Felberbaum: “Vivo uno dei momenti più brutti della mia vita, la gente mi mette ansia”