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Home » Spettacoli » Cinema

“Le mie ferite per i film che non sono riuscito a fare”: Giuseppe Tornatore si racconta al Festival del Cinema di Bari

Immagine di copertina
Il regista Giuseppe Tornatore incontra il pubblico al Festival Bif&st 2026 di Bari. Foto per gentile concessione degli organizzatori del Festival

Dalla folgorazione per la fotografia agli esordi "irresponsabili", fino alla via crucis per salvare il suo capolavoro "Nuovo Cinema Paradiso", inizialmente snobbato dai festival, tagliato per i botteghini, rinato a Cannes e vincitore dell'Osca. Ospite al Bif&st, il regista acconsente a un primo, parziale, bilancio della sua carriera

Un bagno di folla per l’incontro con il pubblico di Giuseppe Tornatore, ieri al Bif&st dove il regista premio Oscar protagonista di una retrospettiva che ne ripercorre la filmografia, da “Il Camorrista” a “Brunello – Il visionario garbato”, ha ricevuto il Premio Bif&st Arte del cinema, e dove in mattinata in un affollato Teatro Petruzzelli ha dialogato appassionatamente con il giornalista Paolo Mereghetti dopo la proiezione de “La migliore offerta”, vincitore nel 2013 di sei David di Donatello, partendo proprio dai suoi inizi: “Sin da piccolo avevo l’attrazione per il cinema ma non avevo gli strumenti per fare delle riprese. La macchina fotografica era più accessibile, e quando scoprii la fotografia di Ferdinando Scianna e del mio maestro Mimmo Pintacuda ebbi una folgorazione: si poteva fotografare la vita a sua insaputa. Così iniziai a portare la macchina fotografica sempre con me, dai 10 ai 25 anni. È stata una palestra formativa straordinaria: osservavo per ore, giorni, settimane, mesi le figure umane”.

Dal suo primo amore al complesso dell’opera prima
Un periodo che Tornatore ricorda con molta nostalgia: “Andare in giro e fotografare di nascosto o riprendere in Super8 ai miei occhi rimane l’esperienza più libera della mia vita professionale. Non dovevi convincere nessuno, andare da un produttore a dire “guarda, vorrei raccontare i vecchi che fanno la fila per prendere la pensione”, convincere un distributore, gli agenti, gli avvocati, gli intermediari, i capi di una piattaforma… Lungi da me proiettare un’ombra su quest’altra parte del mio mestiere, ma ricordo quegli anni di libertà anche un po’ irresponsabile come i più belli”.
In merito al rapporto con gli attori, Tornatore racconta cosa influenza le sue scelte di casting: “Ho il complesso dell’opera prima: quando faccio un film penso sempre che sia il mio primo, come se non avessi avuto altre esperienze. Va da sé che non posso avere un attore feticcio. Per “La leggenda del pianista sull’oceano”, i produttori mi lasciarono libero di scegliere Tim Roth, nonostante il film fosse molto costoso. Per “Baarìa”, che è costato ancora di più, i protagonisti, Francesco Scianna e Margareth Madè, all’epoca erano attori sconosciuti. Di solito scelgo basandomi solo su due elementi: la storia e il personaggio così come sono nella sceneggiatura. Quando valuto un attore, non gli dico mai a quale personaggio ho pensato per lui. Dalla sua prima reazione capisco se la mia intuizione è stata giusta o meno”.

Le infinite vicissitudini di “Nuovo cinema paradiso”
Poi Tornatore ha raccontato le infinite vicissitudini che portarono alla realizzazione e poi alla vittoria dell’Oscar per “Nuovo cinema paradiso”: “Fu il produttore del mio primo film, “Il camorrista”, Goffredo Lombardo, a domandarmi: ‘Ma ce l’hai un sogno nel cassetto?’. Gli parlai di “Nuovo Cinema Paradiso”. Quando lesse la sceneggiatura, però, si tirò indietro: ‘Me l’avevi raccontata meglio’, mi disse. Forse fu intimorito dai costi. Poi arrivò Cristaldi. Era il 1988, finimmo di girare ad agosto, purtroppo troppo tardi per andare a Venezia. Cristaldi mi propose di andare a Bari, dove c’era il festival EuropaCinema fondato da Felice Laudadio. Il film però non era finito e durava tre ore. Al pubblico piacque molto, gli esercenti subito obiettarono che era troppo lungo. Beffa delle beffe, vincemmo un premio che non ha eguali nella storia del cinema: “Premio per il miglior contributo tecnico artistico nella prima parte del film”. Scrissi una lettera fumantina alla presidente della giuria, Lea Massari: ‘Ma lei l’accetterebbe un premio per la miglior attrice protagonista nel secondo tempo ma non nel primo?’. Non mi rispose”.
La storia prosegue: “Portammo la durata del film a due ore e mezza. Uscì e fu un disastro. E lì tutti mi dissero: ‘Ah, se fosse stato di due ore avrebbe fatto i soldi’. Quindi tagliai altri 25 minuti. Il film uscì nuovamente e nuovamente non fece una lira. Fu una vittoria di Pirro perché avevo dimostrato che il problema non era la lunghezza ma avevo realizzato un film che evidentemente non interessava a nessuno. Poi arrivò l’invito al Festival di Berlino. ‘Proviamo con un pubblico straniero, magari reagisce diversamente’, mi disse Cristaldi. Qualche giorno dopo, su La Stampa leggo un’intervista di Lietta Tornabuoni a Moritz de Hadeln, direttore di Berlino, che, alla domanda: ‘Qual è lo stato di salute del cinema italiano?’, rispose: ‘È diventato di serie B. Ho visto venti film uno più brutto dell’altro. Ho invitato per motivi di diplomazia solo due film, di cui ho visto cinque minuti perché sono orrendi’”.
Dopo una serie di botta e risposta tra Tornatore e Hadeln, il regista e il produttore decisero di ritirare il film da Berlino. “A quel punto si fece avanti Cannes. Gilles Jacob disse: ‘Lo voglio assolutamente’. Il film ebbe un grande successo, vinse il Grand Prix Speciale della Giuria e venne comprato da un sacco di Paesi, anche dalla distribuzione americana dei due giovani fratelli Weinstein”.
Tornatore continua a raccontare, arricchendo la storia con dettagli poco noti: di Cristaldi che convince l’ANICA a valutare diversamente “Nuovo Cinema Paradiso” e a considerarlo il migliore candidato per l’audience americana, o di una serie di articoli e interviste che rischiarono di influenzare il giudizio dell’Academy. Pur rifuggendo, per scaramanzia, l’idea di una biografia, Tornatore acconsente a fare un primo, parziale, bilancio della sua carriera: “Sono sicuro di avere fatto solo i film che mi piacevano. Anche quelli che poi non hanno avuto grande successo o sono venuti meno bene, come è normale che accada. Le ferite sono invece relative ai film che non sono riuscito a fare, “Leningrad” e soprattutto “Il sognatore indiscreto”, un film che ho scritto e riscritto per trent’anni, giudicato sempre dai produttori troppo complicato. Era un film non fatto per essere scritto ma per essere direttamente visto”.

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