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Asta fra otto case editrici per l’autobiografia di Fabio Cantelli, l’intellettuale di Sanpa

Di Franco Bagnasco
Pubblicato il 13 Gen. 2021 alle 20:49 Aggiornato il 13 Gen. 2021 alle 21:10
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Immagine di copertina
Fabio Anibaldi Cantelli

“Quel libro l’ho scritto col sangue, col mio sangue”. Fabio Anibaldi Cantelli, 58 anni, torinese, oggi Vicepresidente del Gruppo Abele di Don Ciotti, parla dell’ormai introvabile “La quiete sotto la pelle“, volume che pubblicò nel maggio 1996 per Frassinelli e che racconta, con taglio autobiografico, la storia del più inquieto e carismatico fra i protagonisti di “SanPa”, la docu-serie del momento targata Netflix.

“I diritti con il precedente editore sono scaduti dopo vent’anni, nel 2016” chiarisce Cantelli “e ne ho quindi riacquisito la titolarità come autore”. Lo incalza il suo agente letterario, Marco Vigevani, che rivela: “In questo momento il libro sta girando, c’è grande interesse e un’asta in corso, che vede coinvolti esattamente otto editori, e credo che nei prossimi giorni si arriverà a un vincitore. Non faccio i nomi, ma sono quasi tutti i maggiori italiani che si occupano di saggistica. L’obiettivo è vederlo ripubblicato nei prossimi due-tre mesi”.

Da informazioni in nostro possesso potrebbe esserci un nuovo interessamento dello stesso Frassinelli, ma anche, fra gli altri, di Feltrinelli e Giunti.

Cantelli, che cosa rappresenta per lei quel libro?

L’ho scritto quando ero ancora in comunità, durante l’ultimo anno a San Patrignano, tra il ’94 e il ’95, e pubblicato subito dopo. Mi chiudevo la sera in ufficio e scrivevo, mentre fuori ogni giorno c’era l’assalto mediatico alla struttura. Fu terapeutico per me.

Si aspettava un successo simile per “SanPa“?

Accettai di parlare perché capii che mi trovavo dinanzi a persone serie: dalla regista al marito montatore, agli autori. Capii che stavano facendo un lavoro straordinario, per rigore e con l’approccio giusto: non tesi precostituite ma tutto da documentare. Dare il quadro della complessità del tema. Quella storia l’ho vissuto praticamente tutta in diretta: sono entrato nell’83 e ne sono uscito poco prima della morte di Vincenzo Muccioli. Tranne un breve intervallo a Milano. Sapevo che quella storia, se raccontata bene, aveva un potenziale narrativo enorme. Quindi non mi stupisce il suo successo: la qualità alla fine vince. Forse la cosa è andata al di là delle aspettative.

Molta polvere nascosta sotto al tappeto, ma anche una storia che destò grande clamore, in positivo e in negativo. Lei, che di San Patrignano fu responsabile delle relazioni esterne, e che l’ha raccontata in video nel modo forse più lucido ed emozionante, ha avuto molti riscontri personali?

Messaggi belli e commoventi, che mi hanno stupito. Rispetto agli altri testimoni partivo avvantaggiato, perché su quelle vicende ho riflettuto a lungo sin quando c’ero ancora dentro fino al collo. C’era il tormento interiore legato al ruolo pubblico, di rappresentanza che avevo, il dissidio fra quel che sentivo e quel che ritenevo fosse necessario alla Comunità. E la riflessione sugli errori commessi. Erano cose che avevo dentro da sempre.

Le è bastato aprire il rubinetto.

Esatto. Tenendo conto che ho sempre avuto in antipatia i detrattori a prescindere, che ritenevano San Patrignano come una sorta di riedizione dei campi di concentramento nazisti; e altrettanto mi irritavano le descrizioni di chi la dipingeva come la collina dei miracoli. La mia San Patrignano non era né l’una né l’altra cosa. Ho cercato di rifletterne e penetrarne la complessità. Fatta di cose esaltanti ma anche dolorose e angoscianti, com’è spesso la vita.

Lei si è definito in un certo senso l’ex tossico da vetrina, buono da esporre ai media.

Forse ai tempi, poi quando le cose sono diventate pesanti, quando si trattava di parlare di un omicidio che era avvenuto, delle varie versioni date da Muccioli, andare in giro era diventato tormentoso. Ma certamente io ero uno che aveva studiato, sapevo parlare, avevo un viso forse rassicurante, era una bella pubblicità per la comunità rispetto alla sua capacità di trasformare degli zombie in persone piacevoli e capaci di ragionare. Ma a un certo punto era diventata un’identità fittizia che non volevo più interpretare.

“La quiete sotto la pelle” invece che cosa racconta?

È la mia storia. Originariamente doveva essere un saggio sulla tossicodipendenza e sulla difficoltà di uscirne. Negli ultimi anni del resto ero fuori dal circuito terapeutico, ero volontario. Poi scrivendolo mi sono accorto che attingevo alla mia vita, alle storie sulla droga e sulla dipendenza come esperienza diretta. È stato poi inevitabile raccontare la mia storia dall’inizio alla fine con tutti i chiaroscuri che l’hanno caratterizzata. E l’interesse nell’analizzare l’atteggiamento della società in generale rispetto ai tossicomani. Con aspetti significativi e sconcertanti.

Quali, per esempio?

Il paradigma che la droga sia una ricerca di autodistruzione: è il più clamoroso fraintendimento generale, perché il tossicomane non cerca nella droga la morte ma un tipo di vita, un aumento di vita. Per lui la droga è la vita. Ma questo ancora non lo si è capito a 40 anni dalla diffusione della droga. Il drogato come suicida è un totale fraintendimento. È l’opposto.

Quindi nel libro racconta anche di quando iniziò a farsi?

Sì, iniziai a 17 anni passando direttamente dall’eroina in vena. Credo un caso unico nella storia. Iniziai dalla modalità ultimativa: siringa e vena. A San Patrignano avrò visto almeno 5mila ragazzi passare in 10 anni, ma nessuno aveva iniziato come me.

Rimetterà mano al libro, oppure sarà una ristampa integrale?

È tornato alla luce grazie all’ottimo Carlo Gabardini, che è un autore di “SanPa”. Mi chiamò nell’ottobre 2019 perché l’aveva scovato nella biblioteca comunale di Coriano, vicino a San Patrignano. Rimase molto coinvolto, nel profondo. E voleva che ne parlassi. Ma il paradosso è che io non ricordavo praticamente più che cosa avessi scritto, 25 anni e rotti prima. Lo rilessi in una notte e fu un’esperienza forte, perché riprovai le stesse emozioni che avevo provato scrivendolo. Il tormento interiore di quei mesi tremendi. Alla fine ho pensato: non cambierei una virgola di quel che ho scritto. Quindi lo ripubblicherò com’è, giusto con un’introduzione per raccontare come in maniera fortuita sia tornato alla vita. Di come certe parole che dopo decenni hanno ancora una forza e suscitano interesse.

Analizzandolo non da autore ma quasi da lettore, secondo lei questo testo contiene gli elementi per diventare poi anche un film, o una serie tv?

Non so. La mia storia, che pure si è intrecciata fortemente a quella di San Patrignano, è una storia simile a quella di tanti tossicomani. Ho iniziato dalla fine, dalla vena. Ho avuto esperienze di droga di strada, conoscendo il carcere, la prostituzione, la malattia… Forse le storie si somigliano e la differenza sta nel come le racconti, nel come hai scavato su te stesso. Nel far diventare l’autobiografia, l’elemento personale, un elemento universale. Questo lo valuterà chi leggerà il libro. Ma non è un esercizio letterario: c’è dentro la mia vita vera.

Leggi anche: “Così è nata la mia SanPa”: parla Gianluca Neri, ideatore della docu-serie su San Patrignano

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