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Se le Federazioni coprono il doping

La Federazione Internazionale di Atletica non nasconde il proprio disappunto per le indagini della WADA in Kenya e Giamaica

Di Nicola Sbetti
Pubblicato il 17 Nov. 2013 alle 22:27
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Immagine di copertina

Guai a chi tocca Giamaica e Kenya. “L’antidoping va bene, qualche “pesce piccolo” lo potete anche prendere a patto che non si rompa il giocattolo”. Questa, in estrema sintesi e banalizzando sembra essere la posizione della Federazione Internazionale di Atletica Leggera (IAAF) nei confronti dell’Agenzia Mondiale Antidoping (WADA).

Lamine Diack, il presidente della IAAF, non è riuscito a trattenersi e si è scagliata contro la WADA, colpevole di aver denunciato l’inconsistenza dei controlli antidoping, sia nell’isola caraibica, “patria degli sprinter”, sia dello stato dell’Africa orientale, “patria dei corridori di lunghe distanze”.

Sono andati i Giamaica e cosa hanno trovato? Niente“, “é ridicolo, Kenya e Giamaica sono fra le federazioni più testate”. Sono queste le dichiarazioni, riportate dal “The New Zealand Herald“, del presidente della IAAF, che ha addirittura apertamente accusato la WADA di volersi fare pubblicità.

Se da un lato è evidente che le accuse della WADA portino in seno un potenziale distruttivo talmente elevato da minacciare di far crollare la credibilità dell’atletica mondiale, è altrettanto evidente che queste scomposte dichiarazioni sembrano far ripiombare lo sport al pre-1999 quando le singole federazioni sportive gestivano l’antidoping e coprivano eventuali dopati eccellenti per non rischiare di perdere sponsorizzazioni o potere di contrattazione nella gestione dei diritti televisivi.

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