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I pesci rossi possono sopravvivere senza respirare, producendo alcol

In un ambiente povero di ossigeno, alcuni pesci arrivano ad avere oltre 55 milligrammi di alcol ogni 100 millilitri di sangue, una concentrazione superiore a quella permessa ai guidatori nella maggior parte dei paesi

Di Andrea Lanzetta
Pubblicato il 19 Set. 2017 alle 15:42 Aggiornato il 19 Set. 2017 alle 21:30
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Immagine di copertina

Il pesce rosso, chiamato anche carassio rosso o ciprino dorato (Carassius auratus auratus) è un pesce d’acqua dolce.

Questi animali riescono a resistere in ambienti senza ossigeno per molti mesi grazie a una mutazione genetica: i pesci rossi riescono a convertire l’acido lattico prodotto in assenza di ossigeno in etanolo che poi rilascino in acqua attraverso le branchie evitando di “intossicarsi” e di morire.

La scoperta è stata rivelata da un nuovo studio realizzato da un gruppo di scienziati dell’Università di Oslo e pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

I ricercatori hanno scoperto due particolari “set” di proteine provenienti da un antenato comune tra il pesce rosso e il carassio risalenti a 8 milioni di anni fa. Uno di questi set risulta particolarmente attivo in assenza di ossigeno e permette appunto la formazione ed espulsione di alcol.

Il sistema di respirazione dei pesci

Quello che differenzia le creature marine dagli esseri umani è l’incapacità di questi ultimi di sopravvivere a lungo sott’acqua, dove appunto manca l’ossigeno, elemento vitale per gli esseri umani. 

I pesci invece, insieme a tutti i mammiferi e gli invertebrati che popolano i mari, sono dotati di sistemi di sopravvivenza che permettono loro di respirare sott’acqua.

Il sistema di respirazione della maggior parte degli animali acquatici, che sono dotati di branchie, non è così diverso da quello degli animali dotati di polmoni, come gli esseri umani.

Negli esseri umani la respirazione si basa su un processo di inspirazione ed espirazione dell’aria, da cui i nostri organi ricavano ossigeno.

Le creature marine ingoiano ed espellono acqua: in entrambi questi processi gli organismi viventi riescono a catturare l’ossigeno che serve loro per sopravvivere.

Tuttavia la concentrazione di questo gas nei mari varia con la profondità e con la temperatura.

La quantità di ossigeno disciolto nel mare aumenta al diminuire della temperatura, ma diminuisce con la profondità, raggiungendo la propria minima concentrazione intorno ai 1.000 metri al di sotto della superficie del mare.

In acque più profonde invece la presenza di questo gas tende ad aumentare a causa delle basse temperature e della scarsità di organismi viventi che consumano ossigeno.

Eppure, come riescono a sopravvivere le creature marine che vivono a queste profondità? Possono grazie a un metabolismo particolare.

È il caso infatti del genere Carassius, di cui fanno parte anche i comuni pesci rossi.

La scoperta dei ricercatori

I pesci rossi privati di ossigeno cominciano a produrre una sostanza alcolica, che va a sostituire il gas all’interno del loro sangue. 

Come mostra lo studio, in alcuni alcuni pesci si sono rilevati oltre 55 milligrammi di alcol ogni 100 millilitri di sangue, una concentrazione superiore a quella permessa nella maggior parte dei paesi per mettersi alla guida.

Questa funzione è permessa da una mutazione genetica, che permette anche al pesce rosso di “disattivare” alcune sue funzioni corporee fondamentali, come la vista.

La rivista francese di divulgazione scientifica, Sciences et Avenir, spiega come è possibile questo processo attraverso un confronto con la fisiologia umana.

Anche l’organismo umano è infatti in grado di sintetizzare sostanze presenti nel nostro corpo senza bisogno di ossigeno.

Dopo un serio sforzo fisico, come ad esempio alla fine di una lunga sessione di allenamenti, il nostro corpo comincia a produrre acido lattico, questo avviene perché l’organismo comincia a bruciare i grassi senza ricorrere all’ossigeno.

È il modo con cui il nostro corpo ci consiglia di terminare l’attività fisica. Nei pesci rossi invece, lo stesso processo non porta alla produzione di acido lattico, ma a quella di etanolo.

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