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Il virus dentro il Pd (di Giulio Gambino)

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 4 Mar. 2021 alle 22:24 Aggiornato il 4 Mar. 2021 alle 22:48
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Immagine di copertina

Se quel palco potesse parlare. Tutto era già scritto: lo scorso settembre, alla festa dell’unità di Modena, il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini diceva al popolo del Pd riunitosi per ascoltarlo una sera di settembre: “Se Renzi vuole, che rientri pure!”. Nel rispondere a questa mia domanda, modesto moderatore di quel dibattito a cui parteciparono anche l’allora ministro Francesco Boccia e la senatrice Roberta Pinotti, Bonaccini illustrò la sua visione: non intendeva certo che Renzi dovesse tornare lì per lì nel Pd. Ma la naturalezza di quelle parole rivelava il suo pensiero reale sulla vicenda: ‘Renzi è già qui con noi, che rientri o meno è ininfluente, un fatto formale’. Oggi, sei mesi dopo, a marzo 2021 la crisi interna al Pd si è consumata e sono arrivate le dimissioni di Zingaretti. Ma la accelerazione con cui sono avvenuti i fatti ha un che di spaventoso. In primo luogo per la violenza con cui in questi giorni gli oppositori interni, da Marcucci a Guerini, passando per Gori e Nardella si sono scagliati e hanno triturato il Pd. Nel pieno di una crisi sanitaria ed economica. Somiglia un po’ a quello che un altro ex dirigente dem, uno a caso, Matteo Renzi, ha fatto nei confronti del suo stesso governo per una resa dei conti che ha spazzato via il governo del premier Conte e annientato l’anima democratica del partito. Con totale mancanza di rispetto verso un popolo provato, che infatti ha già reagito con estrema durezza alla ennesima prova di forza chiedendo al segretario dimissionario di ripensarci. Chi ha portato Zinga alle dimissioni questa sera, e perché lo ha fatto? Gli esecutori non importano, il mandante si, ed è chiaro: Matteo Renzi. Il quale, consapevole del suo capolavoro politico, cioè aver rinvigorito la destra e aver riportato al potere Giorgetti, Brunetta, Gelmini e una serie di sottosegretari leghisti a cui avremmo con piacere rinunciato, ha tentato il tutto per tutto convinto di un momentum positivo che però vede solo lui. Tramontata definitivamente per lui l’opzione Nato, il senatore di Italia Viva in evidente conflitto di interessi per la questione dell’Arabia non aveva altra scelta che far fuori anche Zinga.

È opportuno che il segretario dimissionario ci ripensi? Forse si, forse no. Certo, un Pd così non lo vuole nessuno e non serve a niente. Lacerato da correnti interne ormai svuotate che non contano assolutamente nulla e prive di sostanza, che chiedono tutto e il contrario di tutto salvo poi rinnegarlo: un virus che affligge il Pd e la sinistra dalla sua fondazione, per il sol fine di abbattere ogni forma costruttiva di dialogo e di azione.

Un partito mascherato di centrosinistra con al capo i renziani (ma senza Renzi) non se lo prende nessuno e sarebbe destinato all’isolamento. Come lo era prima. La verità è che Zingaretti è stato bastonato e basta, dal giorno 1 in cui ereditò quel 18 per cento. Ed è pur vero che non sarà il più abile comunicatore, sarà pur vero che è moscio e poco pop, sarà persino un po’ di fortuna la sua, ma nei fatti in questi anni ha calmierato un Pd completamente impazzito, per dare vita a un Governo in cui i dem sono tornati a toccare palla. Da quella esperienza è nato un esecutivo che ha negoziato a favore dell’Italia 209 miliardi di euro dai fondi Ue del Recovery Fund, che ha gestito la più grande crisi dal secondo Dopoguerra ad oggi, e che ha ridiscusso sui tavoli che contano a Bruxelles la ridistribuzione dei migranti, obbligando gli altri stati membri a farsi carico di un fenomeno che riguarda tutto il continente, appaltando l’intera gestione dell’Ue a Sassoli e Gentiloni. Con buona pace di chi sostiene che il Pd debba per forza essere una forza politica solo e unicamente subalterna, minoritaria, senz’anima e senza più un’identità.

MaZinga ha dimostrato che la sinistra sa ancora vincere. E al leader democratico va dato atto che c’è ancora qualcosa, c’è sostanza, in questa cosa chiamata Pd. A dimostrazione, forse, che quello spartiacque con cui si ruppero le acque per fare l’alleanza con i 5 Stelle si è profilato assai più proficuo e positivo per i dem che per i grillini (tanto per dirne una). E l’asse Pd-5s ha pure reso meno elitari i primi e istituzionalizzato i secondi.

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