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Scontro Erdogan-Draghi: ci sono gli Stati Uniti dietro la crisi diplomatica tra Turchia e Italia

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Gli Usa grandi registi dello scontro Italia-Turchia: "Erdogan nei giorni scorsi ha ricevuto il primo 'siluro' via conferenza stampa sganciato dalla presidenza del Consiglio su input degli americani e adesso risponde al fuoco con la 'contraerea'"

È stata quanto mai dura la risposta del presidente turco Recep Tayyip Erdogan al presidente del consiglio Mario Draghi. Quest’ultimo, nel corso di una conferenza stampa, nei giorni scorsi aveva chiamato “dittatore” il leader del paese mediorientale.

Da Ankara è arrivata la replica di Erdogan: “Le dichiarazioni del primo ministro italiano – si legge in una sua dichiarazione riportata dall’agenzia Anadolu – che ha definito il presidente turco dittatore, sono impertinenti e maleducate”.

Le parole non sono di circostanza ma aprono “ufficialmente” la crisi diplomatica con l’Italia. Il tutto, dopo il viaggio del Ministro degli esteri italiano Luigi di Maio in Turchia. E non è solo un caso, spiegano ambienti del deep state tricolore: “Gli Stati Uniti vogliono stabilizzare la Libia e l’Italia di Mario Draghi è il partner prescelto per l’operazione. Erdogan nei giorni scorsi ha ricevuto il primo “siluro” via conferenza stampa sganciato dalla presidenza del Consiglio su input degli americani e adesso risponde al fuoco con la ‘contraerea’”.

Insomma, il “dittatore di cui c’è bisogno” ha mangiato la foglia, ha capito dove Italia e Stati Uniti vogliono andare a parare e non è intenzionato a starsene con le mani in mano. Soprattutto dopo il viaggio di Luigi Di Maio a Washington: “Condividiamo la preoccupazione per la presenza di forze straniere” in Libia, ha detto Di Maio dopo avere incontrato il sottosegretario di Stato Blinken.

Parole che evidentemente non sono state ben accolte nel paese anatolico dove Erdogan, a maggior ragione dopo l’incontro di Washington tra Ministri degli Esteri, ha tutti i motivi per cominciare a sospettare che quelle del presidente del Consiglio italiano non siano state parole “dal sen fuggite” ma facenti parte di una strategia ben precisa di matrice statunitense per buttarlo fuori prima dalla Libia e poi tentare di detronizzarlo in patria influenzando le prossime elezioni spalleggiando i partiti di opposizione.

Leggi anche: Il dittatore utile e i diritti umani sempre per ultimi (di Giulio Gambino)

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