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Così, in un anno, le Sardine sono implose: l’inchiesta su TPI di Giuliana Sias diventa un libro

Di Giuliana Sias
Pubblicato il 14 Nov. 2020 alle 11:47
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Immagine di copertina

Pubblichiamo di seguito un estratto del libro “L’era dell’Acquario – 6000 Sardine, un anno dopo” nato da una inchiesta a puntate di TPI sul Movimento di piazza fondato a Bologna, nel novembre del 2019, da Mattia Santori. A distanza di dodici mesi le Sardine sembrano essere implose: “Comandano in pochi”, denunciano gli attivisti, con nessun ruolo elettivo, nessun organigramma e uno Statuto fantasma. Con una associazione e un marchio registrati ma nessuna possibilità per la “super-base” di iscriversi in via ufficiale e partecipare così realmente ai processi decisionali. L’e-book, firmato da Giuliana Sias, è disponibile su Amazon.

Nel suo ultimo saggio, pubblicato da Laterza, la politologa Nadia Urbinati, professoressa di Scienze Politiche alla Columbia University di New York, analizza il tema del conflitto politico nel XXI secolo. Il suo “Pochi contro molti” si conclude con un richiamo brevissimo alle Sardine, che nascono proprio mentre il libro va in stampa: “[…] Ai molti resta al fondo l’antica regola di partecipare in massa, di non tirarsi fuori dal gioco, perché solo con la loro forza – quella temutissima del numero – riescono a contestare e ad accorciare la distanza che separa i principi proclamati dalla condizione effettiva in cui essi operano (il Movimento delle Sardine ha riattivato questa consapevolezza basilare)”.

Questo studio offre validissime chiavi di lettura per analizzare il più grande movimento di piazza degli ultimi dieci anni in Italia, ad esempio quando Urbinati scrive: “[…] Se l’ascolto e la visibilità sono lo scopo delle contestazioni (si parla dei Gilet Gialli francesi, di Occupy Wall Street ma anche dei Vaffa Day di Grillo, ndr) l’obiettivo non sembra essere quello di ottenere risultati specifici, ma piuttosto quello di tenere sotto tiro, se così si può dire, la classe politica e l’élite sociale. Creare, insomma, una condizione di imprevedibilità, di imponderabilità, di insicurezza dalla quale una passione sopra tutte deve emergere e governare gli animi: la paura… La paura che ‘un’intera nazione’ sia come il leone accovacciato di cui parlava Marx, pronto a spiccare il balzo”.

Impossibile non pensare all’inconsistenza dei “punti programmatici” e alla vacuità del “manifesto” delle Sardine, senza contare le sparate infantili o contradditorie pronunciate più di una volta in tv, che non a caso sono diventati carta straccia, semplici dichiarazioni d’intenti prive di una qualsiasi efficacia politica. Tanto che, dopo un anno, a parte l’aver dato voce ad una grande massa sociale, si può dire senza paura di essere smentiti che le Sardine non abbiano portato a casa nemmeno un risultato significativo o di rilievo.

Come mai? Nel suo saggio la politologa racconta come la parola conflitto sia pressoché scomparsa dal nostro dizionario e forse il motivo dello stallo sardinico va ricercato proprio tra le pieghe di questa sparizione. Spiegano meglio di altri gli ex militanti Attolico e Cecot: “Il diktat generale era ‘non si affrontano i temi’ perché non affrontando i temi non entri nelle situazioni spinose”; “All’inizio la posizione sul referendum costituzionale non era così chiara, la posizione era non prendere posizione. Mentre io spingevo per il ‘No’, a febbraio la linea ufficiale era ‘noi dobbiamo avere solo un ruolo di informazione, cioè informare sia per il Sì che per il No’. Poi evidentemente Mattia ha capito che, se voleva sopravvivere, doveva spendersi per il referendum e per fortuna lo ha fatto, altrimenti non staremmo qua a parlarne, perché le Sardine sarebbero già scomparse”.

Lo scoglio del conflitto politico inespresso emerge in tutta la sua portata soprattutto in occasione delle numerose ospitate televisive di Santori, che generano più di un malumore nella “super base”: a parte contestare il ‘chi’, ovvero i pochi che all’interno del movimento possono, a differenza di tutti gli altri, rilasciare interviste, ci si lamenta infatti del ‘cosa’.

“Cosa andate a dire? Quando andate in tv rappresentate anche me, quando tu vai a sparare una minchiata in televisione, la gente sui territori poi guarda me”, è un’accusa che si ripete più volte tra gli espulsi. Marco Ladu approfondisce ulteriormente l’aspetto, messo in luce da Urbinati nel suo libro, che riguarda l’incapacità, o la mancata volontà, di agire all’interno di una concezione conflittualistica della politica, una concezione protesa cioè “a una trattativa sul governo dei bisogni”: “Stranamente nel momento di massimo consenso, quando addirittura uscivano dei sondaggi che davano le Sardine al 17%, in quel momento di apice iniziano gli errori e la discesa”. E cioè la foto con i Benetton, la comparsata da Maria de Filippi, la patrimoniale all’1% e “Aldo Moro ammazzato dalla mafia”.

“Ma è voluta la scelta di distruggere le Sardine?, ci domandavamo, perché forse in quel momento avremmo potuto fare leva all’interno del centro-sinistra dicendo ‘noi ci siamo, dateci ascolto’. Invece, in quel momento in cui si poteva aprire un dialogo sano con le forze partitiche che erano disponibili a sedersi attorno ad un tavolo con noi, inizia la china”.

E così, in caduta libera, si arriva a maggio con un manifesto dei valori “tradito regolarmente nella gestione quotidiana dell’associazione”, fino alla lettera di Mattia pubblicata all’improvviso su Repubblica nella quale viene annunciata una pausa di riflessione. Ma l’unico intento, per Ladu, era in realtà stoppare tutte le pressioni interne che cercavano di spingere il movimento verso una gestione più collegiale.

In qualche modo quindi, i leader hanno considerato fin qui troppo rischioso (per la propria sopravvivenza più che per quella del movimento) aprire un conflitto – nell’accezione più alta del termine, quella dimenticata sulla quale invita a riflettere Urbinati. Ma hanno deciso di limitarsi alla guerra dei numeri con la Lega, di mostrare ai sovranisti la propria potenza di fuoco – le piazze – senza in realtà mai dispiegarla davvero al fine di ottenere un cambiamento reale nei rapporti di forza tra “i pochi e i molti”, ovvero al fine di raggiungere degli obiettivi concreti. Che le Sardine, in definitiva, non si sono nemmeno mai poste.

Perché il punto rimane questo: nell’ultimo anno le Sardine – ovvero i molti – non sono riuscite minimamente ad incidere sulla vita politica del Paese limitandosi ad azioni formali non sorrette da una visione programmatica da sottoporre, o addirittura cercare di imporre, alle élite, alle classi dirigenti. Non solo, il triangolo della partecipazione si è addirittura invertito al loro stesso interno, finendo col riproporre in piccolo lo stesso schema del “pochi contro molti” per combattere il quale erano nate.

“Come era prevedibile si sta sgretolando tutto – spiega Ladu – perché se tu non apri la discussione a chi sul territorio ci è stato e la piazza l’ha organizzata è ovvio che prima o poi perdi dei pezzi per strada. Noi finora siamo stati in silenzio pur di salvaguardare ciò che le Sardine possono ancora rappresentare e cercare di portare avanti i nostri valori, ma c’è una facciata che non corrisponde a quello che sta sotto, cioè sono in pochissimi a decidere, non si sa bene con quali meriti, e riguardo le linee politiche o le uscite in tv, nessuno sa mai niente. Hanno cambiato la struttura tre volte, aperto alle proposte degli altri e riaccentrato, si sono presi una pausa di qualche giorno, sono tornati, ma gira e rigira siamo sempre lì: non si sa chi abbia legittimato i leader”.

Come dice Urbinati, pur riferendosi ad altre vicende, “questo movimentismo disorganizzato e disintermediato è certamente più in sintonia con una democrazia minimalista [….]”. Ovvero con una democrazia ridotta ai minimi termini nella quale i molti sono semplicemente chiamati a convalidare le decisioni già prese dai pochi. Il conflitto politico dovrebbe invece essere considerato vitale per la democrazia e per questo dovrebbe rimanere sempre aperto ad uno scambio dialettico, inteso come “una lotta di riaggiustamento tra chi vorrebbe accumulare il massimo potere e chi vorrebbe disperderlo”.

Ciò nonostante, almeno per il momento, le Sardine (o quel che ne rimane), non sembrano assolutamente disponibili ad aprire uno scontro – sia interno che esterno – che sarebbe invece indispensabile per mantenere in vita il loro movimento. Da quest’ottica non è un caso che questa esperienza si stia irreversibilmente spegnendo e che il divario tra super-base e super-leader si faccia siderale.

Ad esempio, in tanti citano un episodio relativamente recente che ha scavato un fossato molto profondo tra il vertice e i militanti, tra i pochi e i molti che convivono all’interno dello stesso schieramento sardinesco. Il tutto è documentato su una delle chat nazionali, dove agli inizi della quarantena Mattia Santori scrive: “Io non capisco come le persone muoiano di fame dopo due settimane”.

Chi ha partecipato al dibattito spiega che tra gli stessi attivisti in molti erano rimasti senza lavoro a causa del lockdown, molti auspicavano che il governo assumesse delle misure di sostegno e in tanti premevano perché questo potesse diventare un obiettivo delle stesse Sardine. L’allarme lanciato era chiaro: “Anche tra noi, tante persone non avranno da mangiare in casa entro la fine del mese”. Si era aperta quindi una discussione molto accesa su questo tema e in particolare sulla necessità di introdurre un reddito di quarantena che il quel periodo, peraltro, veniva sollecitato a gran voce da più parti, anche al di là del movimento delle Sardine.

Tuttavia, il leader bolognese aveva piombato la disputa dicendo di essere stanco di sentire questo tipo di recriminazioni «perché non capiva come si potesse morire di fame dopo solo tre settimane di chiusura totale”. “Se hai appena dato il reddito di cittadinanza – questa la sua posizione – ma a cosa serve il reddito di emergenza? Cioè davvero dopo tre settimane scarse la gente è sul lastrico?”. Segno evidente che la distanza tra la base e le altezze, perfino in alto mare, è molto più profonda di quanto sia mai stato raccontato finora.

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