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Referendum: in periferia ha vinto il Sì, in centro il No. L’eterno distacco fra popolo ed élite

Una battaglia tra élite e popolo, tra cerchia intellettuale e paese reale, tra grandi città e provincia: la decisione sul taglio dei parlamentari apre una riflessione su una spaccatura profonda

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 22 Set. 2020 alle 14:59
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Immagine di copertina
Cartelloni per il No e per il Sì Credits: Flikr

Mentre per le regionali l’esito era in bilico, per il referendum il risultato era quasi certo. Come previsto, il taglio dei parlamentari è stato accolto favorevolmente dal 70 per cento (69,64 per l’esattezza) degli italiani. Ma questa battaglia, che stravolge oggi l’assetto delle istituzioni del paese, è stata più che altro una battaglia tra élite e popolo, tra cerchia intellettuale e paese reale, tra centro e periferia. E a dircelo sono i dati.

Partito vs sentimento

Secondo l’Istituto di studi e ricerche Cattaneo, nelle grandi città gli elettori del M5s hanno votato compatti sul Sì. Mentre all’interno del Partito Democratico c’è stato un fronte diviso tra Sì, No e astensionismo, ma dove il Sì ha convinto addirittura un elettore su due. In barba alle congetture di alcuni dirigenti dem che parlavano di una base che non si sentiva rappresentata dalla linea del Sì decisa nella direzione del 7 settembre.

Anche gli elettori di centro-destra hanno sostenuto la riduzione dei parlamentari. I due terzi dell’elettorato leghista ha votato sì: solo un elettore su sei del Carroccio si è opposto alla modifica della Costituzione. Hanno votato sì anche gli elettori del partito di Giorgia Meloni. Forza Italia, invece, è il più incerto: dubbi tra il no e il non-voto. Sono stati pochi o addirittura nulli gli elettori che hanno votato sì. A Napoli, Torino e Brescia il 50 per cento dei berlusconiani si sono rifugiati nella scheda bianca.

Centro vs periferia

Le differenze di voto si notano poi tra Centro-Nord e Sud: nel Mezzogiorno si è registrata una minore affluenza. Ma soprattutto, i dati sui flussi elettorali mettono in risalto anche una difformità tra i grandi centri urbani e i comuni più piccoli e di provincia. I secondi si sono dimostrati più a favore della riduzione dei parlamentari; il No è andato meglio al nord che al sud, meglio nelle grandi città che nei piccoli centri.

Il Sì vince anche a Roma, Milano, Torino, sospinto soprattutto dalla periferia, ma il centro storico delle città ha premiato il No. Se l’andamento del voto per il referendum per il taglio dei parlamentari in queste città è assolutamente in linea con il dato nazionale, nei quartieri a vocazione borghese, ovvero le zone dove tradizionalmente il voto è più orientato verso il centrosinistra, ha prevalso di gran lunga il No.

La Capitale è un esempio emblematico: il Sì ha registrato il 60 per cento dei voti, ma votare No sono stati solo i municipi I e II, ovvero il centro storico, entrambi a guida Pd in una capitale a trazione pentastellata. Proprio qui però il No ha prevalso: nella roccaforte del I municipio a guida Sabina Alfonsi e nel II con la minisindaca Francesca del Bello il No si attesta rispettivamente al 56 per cento e al al 57 percento. Il Sì al taglio dei parlamentari vince invece in periferia, anche qui con una media che si attesta sul 60 per cento, compresi gli altri due municipi a guida Pd, ovvero al III col 59 per cento e all’VIII al 56 per cento.  Il Si stravince al VI municipio , ovvero nella periferia difficile di Tor Bella Monaca e Torre Angela dove raggiunge il 73 per cento, il dato più alto nella capitale.

Stessa situazione a Milano dove il Si incassa il 56,4 per cento: nel centro storico la situazione è rovesciata col 56,5 per cento di voti per il No. Nella capitale lombarda il Sì prevale in tutti gli altri 8 Municipi, ma comunque con un dato inferiore a quello nazionale, visto che in una sola zona è stato superato il 60 per cento.

A Torino il Sì si attesta al 60,74 per cento, ma, anche qui, le uniche circoscrizioni ad avere premiato il no sono state il Centro e la Crocetta, il quartiere elegante del capoluogo piemontese, dove il no ha ottenuto il 56,84 per cento.

Referendum 2016 vs referendum 2020

Le stime dei due referendum costituzionali, ovvero il referendum 2016 personificato da Renzi-Boschi e quello 2020 targato M5s, fanno capire come le due riforme siano state interpretate dagli elettori in modi nettamente contrapposti. Chi aveva giudicato “incostituzionale e pessima” quella del 2016 ha in larga parte aderito alla riforma per la riduzione dei parlamentari. Al contrario, la maggior parte di chi aveva appoggiato il cambiamento della Costituzione voluto da Matteo Renzi ha in gran parte bocciato il taglio dei parlamentari. Chi si era astenuto quattro anni fa tendenzialmente si è nuovamente astenuto.

Le regionali hanno inciso

Certo, la politica “di vicinanza” appassiona sempre di più. Nei comuni in cui si è votato solo per il referendum c’è stata meno partecipazione infatti. I numeri parlano del 63,7 per cento di affluenza dove si votava anche per le regionali, 48,2 per cento per quelli in cui si votava solo per il referendum. Il taglio dei parlamentari però non solo interesserà tutta Italia, ma sarà un cambio di passo decisivo per le prossime legislature.

TAGLIO DEI PARLAMENTARI: TUTTO SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE

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