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No al Mes in cambio di Padoan a Unicredit-Mps. La partita nel Governo

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 20 Ott. 2020 alle 13:03 Aggiornato il 20 Ott. 2020 alle 15:15
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Il gioco dello Shangai: prendere i bastoncini, ma senza muovere quelli degli altri. Funzionano così un po’ tutte le alleanze, o i patti di non belligeranza. Ma facciamo un passo indietro, riavvolgiamo il nastro. Quando domenica sera il presidente del Consiglio Conte, nel presentare il nuovo Dcpm, ha risposto alla domanda del direttore di TPI Giulio Gambino se ritenesse opportuno utilizzare il Mes (sanitario), il suo approccio è stato chiarificatore. Quantomeno l’intenzione era quella.

“Meglio chiarire il termine della questione. I soldi del Mes sono dei prestiti: non possono finanziare spese aggiuntive. Si possono coprire spese già fatte in cambio di un risparmio di interessi. Ciò significa che vanno a incrementare il debito pubblico: se li prendiamo, dovremo intervenire con nuove tasse o tagli di spese. Perché il debito pubblico va tenuto sotto controllo”, ha detto il premier ai milioni di spettatori in diretta. “Il Mes non è la panacea come viene rappresentata: abbiamo stanziato 4 miliardi, in più ci sono i soldi del Recovery Fund. Il vantaggio in termini di interesse è contenuto: sono 200 milioni. C’è un rischio che gli analisti colgono, lo ‘stigma’, non quantificabile. Sure l’hanno preso una decina di Paesi, il Mes nessuno. Se avremo bisogno di cassa tra gli strumenti c’è anche il Mes, ovviamente, non ci sono pregiudizi”.

Non faremo i conti sul quanto convenga, sul fatto che andare a farsi prestare i soldi sul mercato sia ugualmente debito (che costa di più in interessi passivi), e nemmeno ricorderemo che le precedenti decine di miliardi di deficit già messe in campo non abbiano il fiocco del regalo ma saranno futuro debito e quindi tasse future. Questa è un’emergenza epocale, e alle emergenze epocali si risponde con mosse di finanza pubblica della stessa portata. Adesso ci salviamo, poi parleremo del debito. Quello che viene da chiedersi, però, è se il No al Mes sia per una ragione meramente contabile, oppure se, nell’innocenza del dubbio, il non richiedere il Mes sia parte di una faccenda più complicata. Una partita a Shangai, il gioco cinese, per l’appunto, dove bisogna sfilare i bastoncini del proprio colore cercando di non muovere quelli degli altri giocatori.

Il Mes è uno di questi bastoncini, dal punteggio altissimo. Tra gli altri bastoncini ci potrebbero essere il dottor Alessandro Profumo, al momento amministratore delegato di Leonardo, e il professor Pier Carlo Padoan, cooptato per la presidenza di Unicredit, già – come ampiamente noto – ministro dell’Economia e delle Finanze e attualmente deputato tra le fila del Partito democratico (sebbene, contestualmente alla nomina alla guida della banca, abbia annunciato che si dimetterà da parlamentare).

Profumo è stato condannato il 15 ottobre scorso in primo grado dal Tribunale di Milano, insieme a Fabrizio Viola, a 6 anni di reclusione e al pagamento di 2,5 milioni di euro per i reati di aggiotaggio e false comunicazioni sociali. I fatti, va specificato, risalgono a quando Profumo era presidente di Monte dei Paschi. La Procura ne aveva prima richiesto il proscioglimento, non è stato dello stesso parere il Tribunale.

Il Movimento 5 Stelle, con un tweet, ne ha chiesto le dimissioni. Leonardo è una società che appartiene allo Stato, o quantomeno lo Stato ne è il suo azionista di maggioranza: in nome della trasparenza e dell’onestà i Cinque Stelle ritengono che il dottor Profumo debba fare un passo indietro. Profumo sarà innocente sino al terzo grado di giudizio, questo va specificato. La sentenza di primo grado, però, un minimo di peso politico potrebbe anche avercelo. Forse.

La sua nomina al vertice di Leonardo avviene quando il professor Pier Carlo Padoan è ministro dell’Economia e Finanze. Adesso Padoan è stato cooptato per diventare il presidente di Unicredit, la stessa banca che – come scritto da Bloomberg  – potrebbe essere in lizza per rilevare Monte dei Paschi da cui il Governo, azionista di maggioranza, deve disinvestire. La figura di Padoan sarebbe in aperto conflitto di interessi per una parte di parlamentari M5S. Né Unicredit né Monte dei Paschi hanno commentato al riguardo, stando a quanto riportato dalla nota agenzia di stampa.

Al momento, Padoan è ancora parlamentare e la procedura di dimissioni è tutt’altro che rapida, potrebbe richiedere mesi. Ma per tornare al No sul Mes – sia esso giusto o sbagliato – è di un altro pianeta pensare che il Pd chiuda gli occhi e che il Movimento 5 Stelle faccia lo stesso su Profumo e Padoan, oltre ad avere già “perdonato” al Pd il passato da partito della casta? Inoltre, il Pd rispetterà il fortino 5 Stelle del “No Mes” in nome della salvezza del Governo? Il No al Mes sanitario è davvero l’evitare lo “stigma” (come lo ha definito il premier) dei mercati finanziari? Oppure non si vuole infrangere una delle barriere ideologiche dei 5 Stelle, in calo nei sondaggi, ma che allo stesso tempo conviene al Pd per la stabilità del Governo?

C’è una grande crisi economica e sociale, sono tempi duri e l’ultima cosa a cui pensare sono le urne con il Recovery Fund in corso d’opera (in senso letterale) che richiede un minimo di stabilità politica. Quella che appare non è un’alleanza, ma un patto di non belligeranza. Il Pd, per bocca del segretario Zingaretti, ha specificato che sarebbe stato corretto discuterne nelle sedi opportune. Intanto il Mes sta là, valido in questa versione di emergenza sino alla fine del 2022. E allora, come nel gioco dello Shangai, è possibile che la politica sia solo quella di cercare solamente di estrarre i propri bastoncini senza muovere quelli degli altri? Anche perché il bastoncino che si chiama Governo, questa volta, è neutro: appartiene a tutti i giocatori.

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